CAPO DI LEUCA : LA DEMOCRAZIA SOSPESA TRA COSTITUZIONE E REALTÀ
CAPO DI LEUCA : LA DEMOCRAZIA SOSPESA TRA COSTITUZIONE E REALTÀ
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CAPO DI LEUCA : LA DEMOCRAZIA SOSPESA TRA COSTITUZIONE E REALTÀ

Aug 23, 2026


ALLA MEMORIA DI MIO NONNO GIOVANNI PETESE

Morto in Albania, lontano dalla sua terra, partito per quella folle guerra, lasciando tre figli piccoli , uno in grembo, e la nonna Donata Colaci nella povertà di una Leuca degli anni Quaranta, in una società nella quale il fascismo penetrava fin dentro la vita quotidiana e persino un nome , Vittorio, Vittoria, Benito , poteva diventare un segnale di appartenenza, una ricerca di protezione, una speranza di sostentamento.

A lui dedico queste pagine, perché il sacrificio di chi ha servito il proprio Paese non può essere separato dai valori per i quali una Repubblica dovrebbe esistere: libertà, dignità, giustizia, uguaglianza e rispetto della persona.

Questo saggio è anche un richiamo a chi oggi esercita il potere pubblico, dal più piccolo Comune fino alle più alte istituzioni della Repubblica.

Ai tre sindaci del Capo di Leuca: Francesco Petracca (Castrignano del Capo), Gianfranco Melcarne (Gagliano del Capo) e Gabriele Abaterusso (Patù), a chi ha amministrato, a chi amministra e a chi amministrerà, affido queste parole non come un'accusa personale, ma come un richiamo alla responsabilità che ogni carica pubblica porta con sé. Un richiamo che, in questo silenzio assordante, forse dovrebbe venire da altri, più istruiti e più autorevoli di me, ma che affido alla mia voce di semplice cittadino, perché la Costituzione non è materia riservata agli specialisti: appartiene a tutti.

L'INFOSFERA ARTEFATTA: LA BOLLA NELLA QUALE VIVIAMO

Ma il risultato più profondo di questo processo è forse un altro: la costruzione di un'infosfera artefatta dentro la quale l'intero Paese è stato progressivamente immerso da decenni.

Non è semplicemente assenza di informazione. È un ambiente informativo nel quale ciò che viene portato all'attenzione pubblica, ciò che viene ignorato e il modo stesso in cui i problemi vengono raccontati contribuiscono a determinare ciò che il cittadino è messo nelle condizioni di conoscere e ciò che, invece, rimane ai margini.

Le questioni fondamentali vengono spesso ricondotte alla cronaca politica quotidiana, alle contrapposizioni tra partiti, alle dichiarazioni dei leader e alle emergenze del momento. Il funzionamento profondo delle istituzioni, i rapporti tra i poteri, le responsabilità costituzionali e la progressiva distanza tra principi e realtà rimangono così fuori dal campo visivo della maggioranza dei cittadini.

È qui che l'ignoranza diventa sistemica.

Non perché i cittadini siano incapaci di comprendere, ma perché l'ambiente nel quale ricevono le informazioni non li conduce verso le domande fondamentali.

Si crea così una bolla di voluta ignoranza: non l'assenza totale di informazioni, ma una sovrabbondanza di informazioni che finisce per nascondere ciò che conta.

Il cittadino viene informato continuamente e, nello stesso tempo, tenuto lontano dalle questioni essenziali.

Ed è forse questa la forma più sofisticata del controllo: non impedire alle persone di parlare, ma determinare ciò di cui si parla.

Un'infosfera artefatta nella quale tutto sembra essere sotto gli occhi di tutti, mentre proprio ciò che dovrebbe essere discusso rimane fuori campo.

QUALI EQUILIBRI VENGONO SALVAGUARDATI ?

A questo punto la domanda diventa inevitabile: se l'infosfera nella quale viviamo è artefatta, quali equilibri finisce per proteggere? Non necessariamente quelli della democrazia. Piuttosto, quelli del potere.

Ogni giorno assistiamo allo stesso spettacolo: maggioranza contro opposizione, governo contro partiti, leader contro leader. Le polemiche occupano giornali e televisioni, rimbalzano sui social, alimentano indignazione e si consumano nel giro di poche ore. Tutto sembra essere continuamente in discussione. Ma davvero lo è?

Perché mentre osserviamo lo scontro sulla scena, quasi nessuno guarda ciò che rimane immobile dietro le quinte. Cambiano i governi, cambiano le maggioranze, cambiano i ministri, cambiano i leader. Molto più lentamente cambiano gli equilibri attraverso i quali il potere viene esercitato. Ed è proprio questa continuità a rimanere spesso fuori dal racconto pubblico.

Il conflitto politico permanente produce così un paradosso: sembra che tutto cambi continuamente, mentre le questioni fondamentali possono rimanere sostanzialmente fuori dalla discussione. Si litiga sulle dichiarazioni, sulle polemiche, sulle emergenze del giorno; si combattono battaglie feroci sui simboli e sulle identità politiche. Molto meno si guarda ai rapporti profondi tra politica, amministrazione, economia, informazione e poteri territoriali. Così l'alternanza rischia di diventare alternanza dei protagonisti più che trasformazione degli equilibri.

Il cittadino vota, i governi cambiano, le opposizioni denunciano, il Parlamento discute. La macchina istituzionale continua a muoversi. Ma ciò che sta sotto la macchina può rimanere intatto. Ed è qui che l'infosfera artefatta esercita la sua funzione più sottile: non ha bisogno di impedire il dissenso; può essere sufficiente stabilire di che cosa debba occuparsi il dissenso.

Possiamo discutere incessantemente di ciò che divide, mentre ciò che accomuna i diversi schieramenti rimane sullo sfondo. Possiamo vedere il conflitto e non vedere la continuità. Possiamo conoscere perfettamente chi combatte per il potere e non chiederci abbastanza quali meccanismi permettano al potere di conservarsi.

Ed è qui che la questione della sovranità popolare torna con tutta la sua forza. La Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo e che il popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Ma la sovranità non può ridursi al gesto periodico del voto: è conoscenza, partecipazione, scelta, controllo e possibilità concreta di incidere sulle decisioni che riguardano la collettività. Quando queste condizioni vengono progressivamente svuotate, l'articolo 1 rimane scritto nella Costituzione, ma la sua sostanza democratica si allontana dalla vita reale.

Il popolo continua a essere chiamato alle urne, mentre una parte crescente delle decisioni che determinano il suo presente e il suo futuro appare lontana dalla sua possibilità concreta di scelta. E allora la domanda non è più soltanto se la sovranità appartenga al popolo. La domanda è molto più scomoda:

Quanto della sovranità che la Costituzione attribuisce al popolo è ancora realmente esercitato dal popolo?

Ed è forse proprio qui che comincia la vera crisi della democrazia.Perché la Repubblica non appartiene a chi governa.

La sovranità appartiene al popolo.

E la Costituzione, per la quale generazioni hanno pagato un prezzo altissimo, non può diventare una formula da pronunciare nelle cerimonie mentre viene disattesa nella vita quotidiana.

Oltre la forma: la frattura tra Costituzione e realtà

Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini ristretti del dibattito geopolitico o dei vincoli europei, la questione istituzionale italiana si rivela in tutta la sua profondità. Il vero nodo non è soltanto la sovranità o la collocazione internazionale del Paese, ma la voragine quotidiana che separa la Costituzione formale dalla Repubblica concreta.

Prendere sul serio la Carta del 1948 significa misurarla sulla realtà di ogni giorno.

  • L'articolo 4 riconosce il diritto al lavoro e impegna la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo.
  • L'articolo 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo.
  • L'articolo 3 impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza.
  • L'articolo 38 garantisce assistenza e tutela sociale a chi si trova nelle condizioni previste dalla Costituzione.

Eppure, nella vita concreta di milioni di cittadini, questi principi sono diventati sempre più lontani dalla loro effettiva realizzazione. La Costituzione continua a proclamare diritti fondamentali; lo Stato, troppo spesso, non riesce — o non vuole — renderli effettivi.

IL QUADRO D'INSIEME: UNA CRISI DI ATTUAZIONE

Ridurre l'erosione costituzionale al solo articolo 11, alla pace o alla sovranità significa avere una visione parziale del problema. La frattura riguarda l'intero impianto della Repubblica:

  • la sovranità popolare — art. 1;
  • l'eguaglianza sostanziale — art. 3;
  • il lavoro — art. 4;
  • la salute — art. 32;
  • la sicurezza e l'assistenza sociale — art. 38;
  • la difesa della Patria — art. 52;
  • la fedeltà alla Repubblica e l'osservanza della Costituzione da parte di chi esercita funzioni pubbliche — art. 54.

Sono principi che non vivono in compartimenti separati. Costituiscono l'architettura stessa della Repubblica.

Quando uno Stato proclama il diritto al lavoro ma lascia una parte dei cittadini nella precarietà; quando proclama il diritto alla salute ma consente che l'accesso alle cure dipenda sempre più dalle condizioni economiche; quando proclama l'uguaglianza ma tollera disuguaglianze profonde e persistenti; quando proclama la sovranità popolare ma rende sempre più distante il rapporto tra elettore e rappresentante, la distanza tra Costituzione e realtà diventa il problema centrale della Repubblica.

Ed è proprio a questo punto che non può essere elusa la questione del Presidente della Repubblica.

Il Presidente non è un semplice spettatore del funzionamento delle istituzioni. La sua posizione e le sue attribuzioni sono disciplinate dalla Costituzione, nel Titolo II della Parte II, e prima di assumere le sue funzioni presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione.

Per questo la domanda non può essere soltanto che cosa abbiano fatto i Governi o che cosa abbia deciso il Parlamento. Occorre chiedersi anche che cosa abbia fatto, e che cosa non abbia fatto, chi è chiamato a rappresentare l'unità nazionale e a esercitare le proprie prerogative nel quadro della Costituzione.

Se la distanza tra principi costituzionali e realtà è diventata così profonda, dove finisce la responsabilità politica di chi avrebbe dovuto esercitare la propria funzione di garanzia dell'equilibrio costituzionale?

E soprattutto: può essere considerata pienamente esercitata una funzione di garanzia quando, davanti a una progressiva erosione dei principi costituzionali, chi è posto al vertice dell'ordinamento non riesce , o non interviene , a ricondurre l'esercizio del potere entro quei principi?

È questa la domanda che il dibattito pubblico dovrebbe avere il coraggio di affrontare.

Non per trasformare il Presidente della Repubblica nel responsabile di ogni malfunzionamento dello Stato, ma perché la funzione di garanzia acquista il suo significato proprio quando l'equilibrio costituzionale viene messo alla prova.

DI CHI È LA RESPONSABILITÀ ?

Non è una colpa del popolo.

Il popolo è il titolare della sovranità.

La responsabilità ricade su chi esercita il potere pubblico in suo nome.

Sul Parlamento, quando abdica alla propria funzione di indirizzo, legislazione e controllo.

Sui Governi, quando trasformano l'emergenza, la stabilità finanziaria, gli obblighi internazionali o gli equilibri politici in ragioni per comprimere diritti e prerogative costituzionali.

Sulle maggioranze e sulle opposizioni, quando la contrapposizione politica diventa prevalentemente rappresentazione e, sulle questioni fondamentali, prevale una sostanziale continuità di indirizzo.

Sugli organi di garanzia, quando non riconducono l'azione dei poteri pubblici dentro il perimetro costituzionale.

E sugli apparati dello Stato, comprese le istituzioni chiamate a servire la Repubblica e la Costituzione, quando vengono meno ai principi che ne regolano l'azione.

LA DEGENERAZIONE ISTITUZIONALE

È qui che la questione supera il singolo Governo e la singola legislatura.

Le istituzioni sono ancora lì. I Parlamenti si riuniscono, i Governi governano, i tribunali giudicano, le amministrazioni emanano atti. Ma la loro semplice esistenza non dimostra che la democrazia costituzionale stia funzionando. Quando il potere continua a essere esercitato mentre si allontana dai principi che dovrebbero vincolarlo e orientarlo, la forma rimane, ma la sostanza democratica si consuma.

È questa la degenerazione istituzionale: non la scomparsa delle istituzioni, ma il progressivo svuotamento della loro funzione costituzionale.

Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica, amministrazioni pubbliche e apparati dello Stato continuano dunque a operare, ma il cittadino incontra sempre più spesso una Repubblica diversa da quella disegnata dalla Carta costituzionale.

Una Repubblica nella quale il diritto dichiarato non coincide necessariamente con il diritto concretamente esercitabile; nella quale la sovranità popolare viene sempre più ridotta alla partecipazione periodica al voto; nella quale lavoro, salute, assistenza, uguaglianza e dignità, da diritti costituzionali, finiscono per diventare prestazioni condizionate dalla disponibilità delle risorse, dalla burocrazia e dalla posizione sociale del cittadino.

E una Repubblica nella quale anche le decisioni più importanti sulla guerra, sulla pace, sulla sovranità e sulla collocazione internazionale del Paese vengono sempre più spesso percepite come lontane dalla volontà e dalla capacità di scelta dei cittadini.

Il punto, dunque, non è che le istituzioni abbiano smesso di esistere. È che continuano a esercitare il potere mentre la distanza tra quel potere e la Costituzione si è fatta sempre più profonda.

IL TRADIMENTO DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI

È in questa frattura che assume significato parlare di tradimento della Costituzione.

Non nel senso riduttivo di una singola fattispecie penale, ma nel senso politico e istituzionale più profondo: il tradimento di un patto costituzionale attraverso il quale il popolo ha stabilito i limiti entro cui deve essere esercitato il potere.

La Costituzione non appartiene al Governo.Non appartiene al Parlamento.Non appartiene ai partiti.Non appartiene al Presidente della Repubblica.

Appartiene alla Repubblica e trova nell'articolo 1 il proprio fondamento nella sovranità del popolo.

Chi esercita il potere non è il proprietario di quella sovranità: è chiamato a esercitarla nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione.

Ed è proprio per questo che la distanza ormai esistente tra la Carta e la realtà non può essere considerata normale.

La Costituzione non è una nobile dichiarazione d'intenti da celebrare nelle cerimonie istituzionali. È il fondamento della Repubblica.

E quando chi dovrebbe applicarla, difenderla e renderla effettiva finisce per tollerarne lo svuotamento, non è il cittadino che deve vergognarsi della distanza creatasi tra la Costituzione e la realtà. Sono i poteri pubblici che devono rispondere di quella distanza.

Il silenzio che rende possibile la deriva

Ma c'è un elemento ancora più grave: di questa frattura costituzionale si discute troppo poco.

Il problema non riguarda soltanto il Parlamento, il Governo o gli organi dello Stato. La stessa distanza tra Costituzione e realtà si riproduce nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni, cioè nei luoghi nei quali il cittadino dovrebbe poter esercitare più concretamente i propri diritti e trovare nelle istituzioni una risposta ai propri bisogni.

Ed è proprio qui che il silenzio diventa più pesante.

Gli enti territoriali, invece di essere luoghi di partecipazione, trasparenza e attuazione dei principi costituzionali, sono troppo spesso percepiti dai cittadini come apparati chiusi, autoreferenziali e impermeabili al confronto, nei quali rapporti personali, interessi politici e logiche di appartenenza finiscono per prevalere sull'interesse generale, creando distacco e mancanza di partecipazione.

Il problema non è soltanto ciò che viene deciso. È anche ciò di cui non si vuole discutere.

Quando un cittadino pone una questione che riguarda i propri diritti, il funzionamento dell'amministrazione, l'utilizzo delle risorse pubbliche o il rispetto dei principi costituzionali, troppo spesso la risposta non è il confronto pubblico, ma il silenzio, il rinvio, la burocratizzazione della questione o la sua trasformazione in un problema individuale.

Così una questione che riguarda la Repubblica viene ridotta al problema del singolo cittadino.

Ed è proprio questo uno dei meccanismi più pericolosi della deriva istituzionale:

trasformare una questione costituzionale in una pratica amministrativa, una violazione di un diritto in un caso personale, una richiesta di trasparenza in un fastidio e il dissenso in un problema da isolare.

A quel punto il cittadino non si trova più davanti a istituzioni che discutono con lui nel rispetto della Costituzione. Si trova davanti a apparati che amministrano la sua vita senza rendere realmente conto del potere che esercitano.

La metastasi istituzionale si propaga anche attraverso reti politico-amministrative territoriali: una classe dirigente locale, apparati burocratici e reti di consenso che, in molti casi, finiscono per proteggere sé stessi invece di rendere effettiva la partecipazione e il controllo dei cittadini.


PAOLO CONTE

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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