CAPO DI LEUCA : LA TRAPPOLA DELLA NASPI: QUANDO IL SOSTEGNO AL PRESENTE NON COSTRUISCE IL FUTURO
CAPO DI LEUCA : LA TRAPPOLA DELLA NASPI: QUANDO IL SOSTEGNO AL PRESENTE NON COSTRUISCE IL FUTURO
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CAPO DI LEUCA : LA TRAPPOLA DELLA NASPI: QUANDO IL SOSTEGNO AL PRESENTE NON COSTRUISCE IL FUTURO

Sep 11, 2026

CAPO DI LEUCA : LA TRAPPOLA DELLA NASPI: QUANDO IL SOSTEGNO AL PRESENTE NON COSTRUISCE IL FUTURO


Emma Bonino se ne va e anche "l'aborto con la pompa della bicicletta". Le critiche sono molto diffuse al contrario della narrazione educorata e televisiva del mainsteam, e affondano le radici nell'idea che una certa politica radicale e movimentista, pur presentandosi come paladina degli ultimi o dei diritti civili, si sia mossa all'interno di un perimetro autoreferenziale, finendo per beneficiare di uno status privilegiato e di rendite di posizione istituzionali. Emma Bonino è una di queste.

​Da questa prospettiva, decenni di presenza parlamentare, di cariche europee e di battaglie mediatiche vengono visti non come un servizio al Paese, non lo è stato, ma come l'occupazione di spazi di potere da parte di una casta illuminata che predicava riforme radicali senza pagarne il prezzo sociale, godendo al contempo delle tesseramenti, dei rimborsi e della visibilità garantiti dal sistema.

​Per chi guarda la storia politica da questo punto di vista, la sproporzione tra l'impatto reale sulla vita quotidiana dei cittadini e la risonanza mediatica ottenuta da quei leader si traduce appunto in un'azione percepita come sterile, se non addirittura autoreferenziale.

I radicali (in particolare Marco Pannella e i movimenti legati alla galassia radicale) non si opposero alle politiche di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro avviate dal governo D’Alema o dai governi di centrosinistra e centrodestra di quel periodo (come il Pacchetto Treu o la Legge Biagi).

​Al contrario, la cultura politica radicale di stampo liberale, liberista e riformista ha storicamente guardato con favore alla flessibilità del mercato del lavoro, considerandola uno strumento necessario per modernizzare l'economia italiana, superare le rigidità corporative e favorire l'occupazione, specialmente giovanile.


​Le vere opposizioni alle politiche del precariato inaugurate da Massimo D’Alema, Romano Prodi e governi successivi arrivarono principalmente dalla sinistra sindacale (come la CGIL di Sergio Cofferati), dai movimenti dei lavoratori atipici nati nei primi anni duemila e dai partiti della sinistra radicale o anticapitalista (come Rifondazione Comunista), ma non dal Partito Radicale e a proposito di condanna al precariato di moltitudini di persone intergenerazionali proseguiamo.


La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego) è un'indennità mensile di disoccupazione erogata dall'INPS ai lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro.

Il precariato lavorativo non produce soltanto un problema di reddito nel presente. Quando contratti brevi, periodi di disoccupazione, part-time involontario e retribuzioni insufficienti si susseguono per anni, la precarietà entra direttamente nella costruzione della futura posizione previdenziale. È qui che si manifesta quello che possiamo definire il paradosso della NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego): una misura necessaria per proteggere il lavoratore quando perde involontariamente il posto, ma che, per sua stessa natura, non può risolvere il problema strutturale di una carriera lavorativa frammentata. È una tutela, ma soltanto a metà: protegge il presente dalla caduta, senza garantire necessariamente la costruzione del futuro.

Il problema nasce prima della NASpI

La questione non comincia quando arriva la disoccupazione. Comincia molto prima, quando una persona entra in un mercato del lavoro nel quale la continuità occupazionale diventa sempre più difficile e la retribuzione non consente di costruire una posizione economica e previdenziale adeguata. Contratti a termine, lavoro intermittente, part-time involontario, periodi di inattività e successione di rapporti di breve durata possono produrre una carriera nella quale il lavoratore, pur avendo lavorato per molti anni, accumula una contribuzione modesta, isufficente e discontinua. Meno di 20 di pieni contributi si perdono.

Nel sistema contributivo, questo aspetto è fondamentale. La pensione futura dipende dalla contribuzione effettivamente accumulata nel corso della vita lavorativa e dalla formazione del montante contributivo, cioè l'insieme dei contributi utilizzati per determinare l'importo della pensione secondo le regole del sistema contributivo. Perciò non basta sapere che una persona «ha lavorato per trent'anni». Bisognerebbe sapere quanto ha guadagnato, su quale imponibile ha versato i contributi e con quale continuità lo ha fatto.

È questa la parte della precarietà che spesso rimane invisibile. Un contratto breve produce un problema immediato; una successione di contratti brevi produce invece una conseguenza che può manifestarsi decenni più tardi. Il lavoratore che oggi vive di occupazioni discontinue potrebbe scoprire soltanto alla fine della propria carriera che il problema non era stato semplicemente avere meno reddito negli anni precedenti, ma aver costruito una posizione previdenziale molto più debole.

Il precariato, quindi, non è soltanto una condizione lavorativa: può diventare una condizione previdenziale.

La NASpI protegge dalla caduta, non costruisce una carriera

In questo scenario interviene la NASpI. Quando il lavoratore perde involontariamente il posto, lo Stato non lo abbandona immediatamente al vuoto di reddito: viene riconosciuto un sostegno economico temporaneo e, durante la fruizione, sono previsti contributi figurativi secondo le regole della misura.

Questa funzione è importante e sarebbe assurdo negarlo. Il problema nasce quando si confonde la protezione dal rischio di disoccupazione con la soluzione della precarietà lavorativa. Sono due cose diverse.

La NASpI può impedire che la perdita del lavoro provochi immediatamente una caduta drammatica del reddito, ma non può trasformare un contratto a termine in un posto stabile, non può aumentare strutturalmente il salario e non può garantire che il successivo rapporto di lavoro sia migliore del precedente. I contributi figurativi svolgono una funzione previdenziale durante il periodo coperto, ma non cancellano gli effetti di una carriera caratterizzata per anni da bassi imponibili, occupazione discontinua e periodi non lavorati.

La NASpI, dunque, interviene sul buco prodotto dalla perdita del lavoro; non elimina le condizioni che continuano a produrre quel buco.

Ed è proprio questa la sua natura di mezza tutela. È una protezione indispensabile nel momento della crisi, ma non una politica capace, da sola, di ricostruire la traiettoria professionale e previdenziale del lavoratore.

Il circuito perverso della precarietà

Il problema diventa particolarmente evidente quando la discontinuità non rappresenta un episodio isolato, ma diventa il normale funzionamento della carriera. Un contratto termina, arriva la NASpI; successivamente si trova un altro lavoro, magari ancora temporaneo e scarsamente remunerato; quel rapporto termina e il lavoratore può trovarsi nuovamente davanti alla disoccupazione.

Si crea così una sequenza che può ripetersi negli anni: lavoro precario, perdita del lavoro, sostegno al reddito, nuovo lavoro precario, nuova perdita del lavoro.

Non è la NASpI a creare necessariamente questo circuito. Sarebbe una semplificazione sbagliata. Il problema è che un sistema può diventare molto efficiente nel gestire le conseguenze della precarietà senza essere altrettanto efficace nel rimuoverne le cause.

Ogni volta che il lavoratore perde il posto, esiste una risposta all'emergenza. Ma che cosa accade alla sua traiettoria complessiva? Che cosa succede alla sua retribuzione media? Quanti contributi sta effettivamente accumulando? Quale pensione potrà aspettarsi dopo trentacinque o quarant'anni di questa alternanza?

Sono domande che raramente entrano nella discussione quando si parla di ammortizzatori sociali. Eppure sono probabilmente le più importanti.

La falsa continuità

C'è poi un altro aspetto, meno visibile ma decisivo. Un sostegno economico durante la disoccupazione può creare una percezione di continuità del reddito che non corrisponde alla continuità della carriera.

Il lavoratore riceve una prestazione, continua temporaneamente ad avere una fonte di reddito e può quindi percepire di trovarsi ancora all'interno di un sistema di protezione. Ma la protezione temporanea non equivale a una carriera stabile. Il problema previdenziale rimane sullo sfondo e spesso viene percepito soltanto quando è troppo tardi per modificarlo facilmente.

Il paradosso è quindi temporale: la difficoltà economica viene avvertita oggi, mentre il costo previdenziale della precarietà viene rinviato a domani. Il lavoratore è costretto a preoccuparsi della sopravvivenza immediata e difficilmente può permettersi di ragionare sulla pensione che avrà fra trent'anni.

È una delle forme più subdole della precarietà: non impoverisce soltanto il presente, ma può impoverire progressivamente anche il futuro.

Dal lavoratore precario al pensionato povero

La conseguenza più grave di questo meccanismo potrebbe manifestarsi quando arriverà l'età della pensione. Le generazioni che hanno attraversato il mercato del lavoro con carriere discontinue rischiano di scoprire che il problema non era soltanto la difficoltà di arrivare alla fine del mese durante l'età lavorativa. Il problema era anche quanto quella vita lavorativa avrebbe prodotto in termini di pensione.

Un lavoratore può avere trascorso decenni entrando e uscendo dal mercato del lavoro e arrivare comunque alla vecchiaia con una posizione previdenziale fragile. In alcuni casi potrà non raggiungere i requisiti contributivi necessari per una determinata prestazione pensionistica; in altri potrà maturare una pensione, ma di importo molto basso. Il risultato può essere un progressivo trasferimento del problema dal sistema previdenziale a quello assistenziale.

Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente: prima lo Stato interviene per sostenere il lavoratore quando è disoccupato; molti anni dopo potrebbe essere nuovamente chiamato a sostenere quella stessa persona quando, ormai anziana, non dispone di una pensione sufficiente.

Il costo sociale della precarietà viene così distribuito nel tempo. Una parte viene affrontata oggi attraverso gli ammortizzatori sociali; un'altra potrebbe emergere domani sotto forma di povertà pensionistica e maggiore necessità di assistenza.

Una politica necessaria, ma controversa

Per questo motivo la discussione sulla NASpI dovrebbe essere molto più seria di quanto normalmente non sia. Non si tratta di sostenere che la NASpI debba essere abolita. Al contrario: una società che lascia senza alcuna protezione chi perde involontariamente il lavoro sarebbe socialmente più ingiusta.

La questione è un'altra: può essere considerata sufficiente una politica che protegge il lavoratore nel momento in cui perde il lavoro, ma non interviene con la stessa forza sulla qualità del lavoro che ritroverà?

Se una persona entra ripetutamente nel circuito della disoccupazione e della NASpI, il problema non dovrebbe essere soltanto stabilire quanto a lungo sostenerla. Bisognerebbe chiedersi perché quella persona continui a rientrare in un mercato del lavoro incapace di offrirle stabilità, reddito adeguato e continuità contributiva.

La politica dovrebbe quindi collegare molto più strettamente ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro, formazione, qualità dell'occupazione, salari e previdenza. Non basta accompagnare il lavoratore fino al prossimo contratto: bisogna domandarsi quale contratto sarà, quanto durerà, quale reddito produrrà e quale posizione previdenziale contribuirà a costruire.

Altrimenti lo Stato rischia di diventare efficiente nell'amministrazione della precarietà senza riuscire realmente a contrastarla.

Il vero problema che nessuno vuole affrontare

Ed è qui che la NASpI diventa politicamente controversa. Non perché sia sbagliato aiutare chi perde il lavoro, ma perché una politica di sostegno al reddito non può essere spacciata per una politica del lavoro.

La NASpI risponde alla domanda: «Come impediamo che il lavoratore rimasto senza occupazione precipiti immediatamente nella povertà?». È una domanda necessaria. Ma ne manca una seconda, molto più scomoda: «Come impediamo che quello stesso lavoratore rimanga precario per venti, trenta o quarant'anni e arrivi alla vecchiaia con una pensione insufficiente?»

Questa seconda domanda obbliga a mettere insieme ciò che normalmente viene tenuto separato: lavoro, salario, contribuzione, pensione e assistenza. Ed è proprio questa connessione che manca quando si considera ogni problema soltanto nel momento in cui si manifesta.

La NASpI è dunque una mezza tutela: tutela il lavoratore dalla caduta immediata, ma non necessariamente dalla precarietà che rende quella caduta ricorrente; tutela il reddito per un periodo determinato, ma non può garantire una carriera previdenziale adeguata; attenua il problema presente, mentre il costo più profondo può essere trasferito al futuro.

La vera domanda, allora, non è se la NASpI debba esistere. La vera domanda è perché una società debba rassegnarsi a utilizzare sempre più strumenti per compensare una precarietà che non riesce, o non vuole, eliminare.

Perché se il lavoratore deve essere continuamente protetto dalle conseguenze di un mercato del lavoro instabile, e se dopo una vita di lavori frammentati lo stesso lavoratore rischia di dover essere nuovamente sostenuto come pensionato povero, allora non siamo davanti a una politica compiuta di protezione sociale. Siamo davanti a un sistema che rischia di accompagnare la persona dalla precarietà lavorativa alla precarietà previdenziale, limitandosi a intervenire nei passaggi più drammatici.

E questa è la contraddizione che dovrebbe essere discussa molto più apertamente: non quanto spendiamo per la NASpI, ma quanto ci costerà domani una generazione alla quale oggi non stiamo consentendo di costruire una pensione attraverso un lavoro sufficientemente stabile, continuo e retribuito.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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