GAGLIANO DEL CAPO : QUANDO L'INSULTO DIVENTA IDENTITÀ: IL PARADOSSO DI «CAPUVACANTE»
Sep 11, 2026
GAGLIANO DEL CAPO : QUANDO L'INSULTO DIVENTA IDENTITÀ: IL PARADOSSO DI «CAPUVACANTE»
A Gagliano del Capo sta emergendo, almeno per una parte della cittadinanza, una forma di intolleranza nei confronti di una parola che negli anni è stata progressivamente trasformata da appellativo paesano a marchio identitario: «capuvacante». La questione potrebbe apparire, a prima vista, soltanto folkloristica, una delle tante schermaglie linguistiche fra paesi vicini del Capo di Leuca, dove soprannomi, etnonimi e appellativi hanno storicamente accompagnato i rapporti fra comunità. Ma il problema cambia completamente quando quella parola, tradizionalmente utilizzata dall'esterno per indicare in senso dispregiativo gli abitanti di Gagliano come capu vacanti, cioè «teste vuote», viene fatta propria dagli stessi gaglianesi, diventa denominazione di eventi, associazioni o iniziative pubbliche e finisce persino per essere sostenuta o valorizzata dall'amministrazione comunale.
Ed è qui che nasce il paradosso. Ciò che un tempo poteva essere un insulto degli altri viene trasformato dai destinatari dell'insulto in una forma di identità collettiva. Si potrebbe obiettare che si tratta semplicemente di autoironia, di un modo per riappropriarsi di una parola e privarla della sua carica offensiva. Ed è certamente possibile che per molti sia proprio così. Una comunità può infatti decidere consapevolmente di rovesciare un'etichetta negativa, appropriarsene e trasformarla in qualcosa di diverso. Ma questa operazione presuppone una condizione fondamentale: che quel rovesciamento sia realmente condiviso. Non si può dare per scontato che tutti i cittadini desiderino essere rappresentati attraverso un appellativo che, nella sua origine e nella sua lettura letterale, contiene una svalutazione.
L'autoironia di alcuni non può automaticamente diventare l'identità obbligatoria di tutti. È questo il punto che spesso viene ignorato quando un'espressione entra nella comunicazione pubblica. Finché due persone si prendono in giro reciprocamente e condividono quel codice, siamo nel territorio dell'ironia e della consuetudine sociale. Quando invece una denominazione viene trasformata in un marchio pubblico, utilizzata per eventi, associazioni o iniziative sostenute dalle istituzioni, entra in gioco qualcosa di diverso: non è più soltanto una battuta fra cittadini, ma diventa una rappresentazione pubblica della comunità.
E qui l'amministrazione dovrebbe prestare particolare attenzione. Un Comune non è autorizzato a presumere che una tradizione linguistica sia innocua semplicemente perché è antica, popolare o utilizzata con intento scherzoso. Prima ancora di porsi il problema di una eventuale responsabilità giuridica, dovrebbe porsi quello, molto più elementare, della dignità dei cittadini che rappresenta. Se un termine viene percepito da una parte della comunità come denigratorio, la risposta istituzionale non dovrebbe essere «ma si è sempre detto così», perché la tradizione non costituisce una patente di innocenza e l'antichità di un'offesa non la trasforma automaticamente in una carezza.
Il problema diventa ancora più curioso quando sono gli stessi residenti a trasformare l'appellativo in un brand. Perché allora si verifica un fenomeno culturale tutt'altro che banale: lo stereotipo dell'altro viene interiorizzato e restituito come identità propria. È un meccanismo che conosciamo bene nella storia delle culture. Un gruppo può appropriarsi del nome con cui è stato deriso, svuotarlo progressivamente della sua carica negativa e utilizzarlo come segno di appartenenza. Ma può accadere anche il contrario: che la ripetizione trasformi lentamente lo stereotipo in una rappresentazione normalizzata, fino al punto che nessuno si domanda più che cosa significhi realmente.
È proprio questa seconda possibilità che meriterebbe una discussione seria a Gagliano. Perché chiamarsi pubblicamente «teste vuote» dovrebbe essere considerato automaticamente un'espressione di orgoglio? Quale operazione culturale si sta compiendo quando un'offesa tradizionale viene trasformata in un logo, in un evento o in un'identità territoriale? E soprattutto: chi ha deciso che tutti i gaglianesi vogliono essere rappresentati così?
Non è necessario sostenere che ogni utilizzo della parola costituisca di per sé un illecito per riconoscere l'esistenza del problema. Sul piano giuridico, infatti, un eventuale giudizio dipenderebbe dal contesto concreto, dalle modalità dell'uso, dal destinatario, dall'intento e dagli altri elementi rilevanti; non basta l'etimologia di una parola per trasformarla automaticamente in un reato o in un illecito civile. Ma proprio per questo sarebbe ancora più singolare che un'amministrazione pubblica adottasse con leggerezza un termine potenzialmente percepibile come denigratorio senza interrogarsi sul suo significato e sulla sua ricezione nella comunità.
La questione, dunque, non è vietare una parola né censurare il folklore. È molto più semplice e, proprio per questo, più seria: una comunità ha il diritto di discutere criticamente i nomi con i quali viene rappresentata. Chi trova capuvacante divertente è libero di utilizzarlo; chi lo considera una forma di autoironia identitaria è altrettanto libero di rivendicarlo. Ma chi invece non accetta di essere chiamato «testa vuota» dovrebbe avere almeno il diritto di non sentirsi rispondere che il suo dissenso è irrilevante perché «è tradizione».
E il paradosso finale è forse proprio questo: a Gagliano potrebbe non essere più necessario che siano gli altri a chiamare qualcuno «capuvacante»; potrebbe bastare che siano gli stessi gaglianesi a farlo al posto loro. Quando lo stereotipo dell'esterno viene trasformato in marchio interno e persino elevato a identità pubblica, non siamo più soltanto davanti a una vecchia rivalità paesana. Siamo davanti a una domanda molto più contemporanea: fino a che punto una comunità può appropriarsi di un'etichetta senza finire per appropriarsi anche dell'immagine negativa che quell'etichetta conteneva?
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
Offro soluzioni informatiche personalizzate, Web, Db, sviluppo software e consulenza tecnica specialistica per aziende e privati. Contattami 371 1786796 su WZ per qualsiasi esigenza legata alla programmazione e all'assistenza sistemistica.