CASTRIGNANO DEL CAPO : UNA CAPPA CI AVVOLGE
Nov 15, 2025
CASTRIGNANO DEL CAPO : UNA CAPPA CI AVVOLGE
Entriamo in un bar, in un’officina, in un supermercato, in un negozio di indumenti, in un autogrill: cosa accomuna questi mondi? Una cultura intesa come surrogato, o cultura di mercato, o meglio industria culturale ove tutto è merce esposta e tu sei importante per capacita di spesa, solo per quello, ove le moltitudini si prostano verso qualcosa di prestrutturato per accogliere i nostri stimolati desideri, le nostre abitudini, i nostri riti quotidiani.
Veniamo avvolti da atmosfere artefatte: fate attenzione a quando entrate in un supermercato, che è l’emblema di questi luoghi accomunati. Tutto sembra già familiare e rasserenante: l’illuminazione studiata, la disposizione dei prodotti, la musica che produce un benessere accecante e irrazionale che ci induce all’acquisto quasi impulsivo. Ma tutto ciò non è prerogativa del supermercato: questi ambienti rappresentano il prodotto di un’industria culturale che da tempo ha spazzato via le secolari tradizioni e le sane antropologie, rendendoci più estranei alla vita e a noi stessi.
Il male peggiore non è soltanto l’omologazione visiva o estetica, ma l’illusione stessa: questa superficie che evidenzia il mondo come sembra, mentre in realtà è una costruzione radicata nel tempo e nello spazio, producendo nelle coscienze una patina che offusca la realtà e ci instrada verso l’inganno, ne diventiamo persino l’estensione.
Diveniamo anche noi estensione del mercato, dell’industria culturale volta ad esso. Ne diventiamo portavoce, rappresentanti, ereditieri: nel nostro modo di essere, di parlare, di esprimere riferimenti, consuetudini,mimica ; rafforziamo la sua logica. Nel frattempo, percorriamo sensazioni di inadeguatezza e quel sentimento di alienazione che ci accompagna in ogni scelta, anche quotidiana. E chi non corrisponde a queste espressioni ci spaventa : è la diversità. Non basta educare alla diversità e alla tolleranza senza una più profondo cambiamento, è una mera illuione ben distribuita..
L’arte, l’opera d’arte, la poesia, la musica , tutto ciò che nasce dalla creatività umana , non può esistere se non al di là o al di qua di questo strato così invasivo e pervasivo. Tutto ciò che nasce all’interno di questa griglia di influenze è inevitabilmente contaminato, guidato verso determinati schemi, valori e percezioni. La pizzica senza la sua cultura di riferimento è mero frastuono.
Questa pervasività guida, produce inevitabilmente anche i nostri errori, amplificandolo attraverso rinforzi mediatici e informazioni distorte capaci di convincerci del falso e perfino del contrario della realtà.
In un mondo così strutturato, dove ognuno è guidato da logiche estranee alla nostra volontà, se ne esiste una indipendente, esiste comunque un sentiero di resistenza. Non è un percorso facile, né indolore. Non consiste nel ribellarsi apertamente al sistema , battaglia tanto romantica quanto inefficace , ma in qualcosa di molto più radicale: non credere, dubitare e saper costruire.
Il dubbio è l’atto originario della libertà. È la frattura che incrina la superficie liscia dell’illusione. Dove tutto ci invita alla passività, alla fiducia cieca, alla ripetizione, il dubbio introduce una crepa, uno spazio in cui può nascere un pensiero autentico.Permette all’allievo di superare il maestro, come è giusto che sia.
Resistere significa costruire ambiti di originalità, luoghi interiori ed esteriori in cui sia ancora possibile dire “io” senza ego, senza ripetere ciò che il mondo ci ha messo in bocca. Significa elaborare una critica lucida, tollerando il disagio che questo comporta, perché cercare la verità , o anche solo un frammento di realtà non filtrata , inevitabilmente fa soffrire.
Eppure proprio questa sofferenza è l’inizio di qualcosa di nuovo: un percorso che si dipanerà lentamente, forse faticosamente, ma che varrà la pena vivere. Perché permette di riscoprire la possibilità della gioia vera, non quella indotta, progettata,di facciata, come chi sorride forzatamente nelle foto di famiglia, ma quella che nasce dal contatto con la realtà non mediata.
Resistere vuol dire tornare vivi, accettare di gioire e soffrire intensamente, come esseri umani e non come automi moderni, programmati per desiderare ciò che ci viene offerto e per credere a ciò che ci viene mostrato senza pensiero critico, dubitante.
La resistenza è una pratica quotidiana. È l’esercizio del pensiero, dello sguardo, della sensibilità. È il rifiuto di farsi catturare dalla superficie delle cose. È la scelta di camminare nella complessità, di ascoltare il silenzio, di distinguere il vero dall’indotto.
È, soprattutto, il coraggio di rimanere fedeli a sé stessi in un mondo e una scuola non più appropriata che ci vuole tutti uguali e facilmente manipolabili.
Ma tutto può scomparire, l’equilibrio può essere inghiottito ,frantumarsi dall’apocalisse, tutto ciò che sembrava scontato, radicato, intramontabile può svanire anche se lentamente.
In questa prospettiva metafisica si ispirò Gipi con l’opera fumetto "La Terra dei Figli" (Gipi :nome d’arte del fumettista e regista cinematografico italiano Gian Alfonso Pacinotti nato a Pisa 1963 e il film omonimo del regista Claudio Cupellini ) ha diversi e profondi significati, ma il principale è la perdita della memoria e della cultura delle dipendenze dal mercato creata dall’uomo conseguente un'apocalisse; la conseguente post-apocalittiche e la ricerca di un senso e di una speranza da parte delle nuove generazioni. Altri temi centrali della interessante pellicola sono l'isolamento, la violenza come necessità di sopravvivenza, la sopravvivenza brutale, e il contrasto tra la logica del più forte in ogni ribaltamento dei riferimenti che credevamo dati e la necessità di un approccio più umano di fronte alle derive di cui l’uomo e la donna sono capaci in certe condizioni,non per ultimo l’eredità fondamentale dei padri ai figli e di quelle loro parole di amore non dette,ma sempre pensate come chiodi fissi nel cuore.
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