COMUNE DI GAGLIANO DEL CAPO: GLI "ANESTETIZZANTI DEL PENSIERO"
COMUNE DI GAGLIANO DEL CAPO: GLI "ANESTETIZZANTI DEL PENSIERO"
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COMUNE DI GAGLIANO DEL CAPO: GLI "ANESTETIZZANTI DEL PENSIERO"

Sep 25, 2026

COMUNE DI GAGLIANO DEL CAPO: GLI "ANESTETIZZANTI DEL PENSIERO"

Come la retorica del benessere e della sostenibilità maschera le realtà invisibili

Viviamo in un'epoca in cui i problemi strutturali , dalla crisi abitativa alla desertificazione economica, dallo sfruttamento del lavoro alla cementificazione , non vengono quasi mai affrontati alla radice. Vengono anestetizzati. Per farlo, il potere politico, economico e culturale, e mi soffermerò sui fenomeni locali del Capo di Leuca, si serve di un repertorio di "anestetizzanti semantici": parole-chiave e format di eventi che trasformano le criticità in opportunità estetiche, sterilizzando il conflitto sociale e spegnendo il pensiero critico.

Prendiamo un territorio fragile, segnato da spopolamento giovanile, bassi salari, emergenza abitativa legata agli affitti brevi turistici e frammentazione del tessuto sociale. La risposta della narrazione dominante non è un piano industriale o un intervento pubblico sulla casa, ma il convegno-evento. Gagliano del Capo ha anch’esso il primato.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si prendono titoli evocativi e radical chic come “Ri-abitare il Salento”, “Tempo per le famiglie”, “Diventare genitori”, “Inaugurazione Housing”, “P.I.P.P.I. Tutela dei minori”.

Intorno a un tavolo siedono esperti di marketing territoriale, architetti-star, politici in cerca di consenso e qualche "creativo" locale che imbastisce la comunicazione con volantini irreali, spesso fumettistici. Si parla di comunità, di radici e di bellezza, dipingendo la crisi non come il risultato di scelte politiche scellerate, ma come una "mancanza di visione" dei singoli. Il messaggio implicito è che non sia colpa del sistema economico estrattivo, bensì dell'incapacità locale di comunicare la propria bellezza.

Questi eventi agiscono come una seduta di agopuntura sociale: stimolano ottimismo per due giorni, lasciano intatte le macerie materiali e spengono la rabbia collettiva trasformandola in una progettualità del tutto inesistente.

Parallelamente, le istituzioni non combattono più i cambiamenti o le disuguaglianze: li ribattezzano. Parole nate da lotte sociali radicali vengono sequestrate, lavate e restituite al pubblico come spray deodoranti per coprire gli odori sgradevoli della realtà.

Iniziative che, per come vengono edulcorate e presentate, stridono sin da subito:

  • “Ri-abitare il Salento” : Quale Salento? Come?
  • “Tempo per le famiglie” : Quali famiglie? Quale tempo?
  • “Diventare genitori” : Quali genitori? Come?
  • “Inaugurazione Housing” : Quale Housing?
  • “P.I.P.P.I. Tutela dei minori” : Quale tutela dei minori?

Prendiamo il titolo “Ri-abitare il Salento”: suona come una chiamata alle armi per la comunità, ma a chi è rivolto se i giovani sono costretti a fare le valigie per trovare un contratto di lavoro che non sia una farsa? Quale Salento si vuole riabitare se i centri storici e le coste sono interamente riconvertiti agli affitti brevi turistici, scacciando i residenti stabili e trasformando i paesi in parchi giochi stagionali?

Lo stesso vale per le iniziative dedicate a famiglie e genitori o alla tutela dei minori. Si celebrano convegni e si sventolano sigle come il PIPPI (Programma di Intervento... ), trasformando il disagio sociale in un elegante esercizio di stile burocratico. Ma la realtà dei fatti è ben diversa: si recitano formule pedagogiche avanzate mentre a livello territoriale si tagliano i servizi di prossimità, mancano i sostegni economici strutturali alle famiglie indigenti, i consultori arrancano tra carenze di organico e i servizi sociali locali vengono lasciati senza risorse ad arginare emergenze che nessuno vuole aggredire alla radice. E intanto le "signore dottoresse" dei servizi sociali partecipano nei loro uffici alle sgradevoli e inconcludenti passerelle quotidiane, pagate con il denaro pubblico e fagocitate dalla burocrazia e da una formazione innocua e inadeguata.

È la logica del bonus e del progetto spot: si spende un fiume di parole per dare l'illusione che "qualcuno ci sta pensando", mentre le macerie materiali restano esattamente dove sono. Si usano i bambini e le famiglie come scenografia morale per conferenze stampa a favore di telecamera o retorica riempiendo i piani del comune con irrealistici volantini, svuotando i diritti universali della loro sostanza politica e riducendoli a cortocircuiti di pubbliche relazioni.

Prendiamo il termine Green, usato per mascherare colate di cemento, compensazioni di carbonio di pura facciata o grandi opere inutili. Un resort di lusso eco-compatibile in un'area protetta diventa "green" perché usa i pannelli solari, dimenticandosi dell'impatto ecologico complessivo e del consumo di suolo. Lo stesso vale per l'inclusione, spesso ridotta a un bollino etico o a un comitato di facciata, evitando accuratamente di toccare il tema dei contratti precari, dei salari da fame o dell'impossibilità per un lavoratore povero di accedere a un affitto regolare.

Dovete sapere che a completare il quadro c'è una fitta mappa di anestetizzanti quotidiani: la resilienza, dietro cui si cela il messaggio per cui i cittadini vengono lasciati soli a gestire i tagli ai servizi; i festival e i Think Tank, vetrine autoreferenziali per la classe dirigente; e l'innovazione sociale, una sorta di volontariato di Stato mascherato da start-up, utile unicamente a tappare i buchi di un welfare che non c'è più.

A chiudere il cerchio c’è poi il tabù dei resoconti: guai a dimostrare pubblicamente le criticità, a misurare l'efficacia delle iniziative, a pubblicare statistiche trasparenti sugli obiettivi raggiunti o miseramente falliti. Perché la regola non scritta è una sola: il cittadino non deve sapere come vengono spesi i soldi pubblici e quali disastri lasciano dietro di sé.

Questi strumenti funzionano perché intercettano un bisogno reale: il desiderio di riscatto, la voglia di bellezza, la preoccupazione ecologica. Ma li dirottano in una dimensione puramente simbolica. Quando un cittadino partecipa a un convegno su come "ri-abitare" la propria terra, per un attimo si sente parte di una soluzione. Quella dopamina emotiva lo appaga abbastanza da impedirgli di notare che, fuori dalla sala, il suo vicino è stato sfrattato, i servizi sanitari locali sono stati smantellati e i giovani continuano a partire.

Il vero pericolo di questi anestetizzanti non è l'ingenuità di chi li organizza, ma la loro efficacia nel rendere invisibile il conflitto. Ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca, che basta una buona narrazione e un tavolo di co-working per risolvere i problemi. Smascherare questa retorica significa rifiutare l'estetizzazione dei problemi sociali e pretendere che alle parole seguano indicatori materiali misurabili.

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