COMUNE DI GAGLIANO DEL CAPO, PADRI TRINITARI, VICENDA PETESE
Sep 26, 2026
Mentre il Comune di Gagliano del Capo invece di affrontare le Sue responsabilita e trovare soluzioni volge a deresponzabilizzarsi in sintonia e comunanza con i padri Trinitari in una spirale che complica ancora di più la vergognosaa vicenda, ma fa di più, crea in sordina un danno personale di immagine con affermazioni vergognose come quella che a suo dire il Petese se la sarebbe voluta senza spiegare il perchè e affrontare seriamente un contraddittorio dal quale sfugge, il tutto in una logica di deresponsabilizzazione o autoassolutoria dell Ente e le sue parti più esposte come i servizi sociali.
LA STORIA
Il Sig. Walter Petese, già residente in Gagliano del Capo, veniva sgomberato dall’abitazione coniugale per la separazione in corso e la necessita della ex moglie di vendere l’immobile al Signor Ardito P.F., immobile costruito anche con i suo sacrifici in Strada Comunale Esterna Lama in forza della sentenza del Tribunale di Lecce n. 4332/2018, con rilascio eseguito il 27 settembre 2019. Meno di un mese dopo aver trascorso nella RSSA San Giorno pur non avendo il titolo per iniziativa del Sindaco Nesca, il 25 ottobre 2019, su reiterata iniziativa dell’allora Sindaco Nesca e per il tramite della Vice-Sindaco Petracca, il Comune provvedeva a collocarlo nei locali dei Padri Trinitari, concedendogliene l’uso gratuito per finalità assistenziali a detta dei Trinitari per 15 giorni.
Ora sono passati 7 anni e le parti convergono astutamente nel responsabilizzare il Petese, una atteggiamento a dir poco profondamente vigliacco e non corrispondente al vero da parte di Enti, uno morale, l’altro comunale.
L’ingresso del Petese, pertanto, non avveniva clandestinamente o arbitrariamente come rappresentava sui social il calunniatore trinitario Vincenzo Frisullo, ma nell’ambito di una sistemazione conosciuta, promossa e resa possibile dall’amministrazione comunale. La successiva permanenza, protrattasi per circa sette anni, risultava conosciuta sia dal Comune sia dai Padri Trinitari, senza che fosse tempestivamente contestata né accompagnata dalla comunicazione di un termine chiaro entro il quale il Petese avrebbe dovuto lasciare i locali.
In particolare, non risulta che al Petese sia mai stato consegnato o formalmente comunicato un atto dal quale derivasse il termine di quindici giorni oggi eventualmente invocato. Tale termine, pertanto, non può essere automaticamente posto a suo carico senza individuare con precisione la relativa fonte, l’atto che lo avrebbe stabilito e la data nella quale sarebbe stato effettivamente comunicato all’interessato.
La vicenda deve essere distinta su due piani.
Da un lato, i Padri Trinitari, quali titolari dell’immobile, possono certamente chiedere il rilascio qualora dimostrino la cessazione del titolo che aveva originariamente consentito la permanenza del Petese. Ciò, tuttavia, non significa che tale eventuale diritto al rilascio trasformi retroattivamente in abusiva una presenza che, al momento dell’ingresso, era stata resa possibile dall’intervento dell’amministrazione comunale.
Occorre quindi accertare quale fosse il titolo originario della permanenza e quando, eventualmente, tale titolo sia venuto meno. La permanenza protrattasi per anni, con la conoscenza del Comune e dei Padri Trinitari, costituisce un elemento fattuale che non può essere cancellato retroattivamente attraverso una diversa qualificazione dell’ingresso originario.
La stessa condizione di disabilità e la situazione personale dell’occupante possono inoltre assumere rilievo nella determinazione delle modalità e dei tempi del rilascio, come emerge, tra l’altro, dalla giurisprudenza richiamata del Tribunale civile di Fermo, sentenza n. 150 del 2024, e del Tribunale civile di Como, sentenza n. 416 del 2026.
Dall’altro lato vi è il distinto profilo della responsabilità del Comune.
L’amministrazione, dopo avere collocato il Petese nell’immobile, conosceva la sua disabilità, le sue esigenze abitative e la sostanziale assenza di una concreta alternativa. Per circa sette anni, tuttavia, non avrebbe chiarito la durata della sistemazione, non avrebbe formalizzato una revoca o una decadenza, non avrebbe predisposto un diverso alloggio adeguato e accessibile e non avrebbe assicurato una continuità effettiva della presa in carico sociale. Questo lascia intendere comunanza e complicità interlocutoria tra Comune e Trinitari ad insaputa e danno del Petese.
La responsabilità della situazione non può quindi essere trasferita sul Petese, il quale si è trovato, di fatto, davanti all’alternativa tra permanere nella sistemazione individuata dal Comune e rimanere privo di un’abitazione.
Ma esiste un radicato allusivo, un detto sottovoce o orientamento autoassolutorio da parte degli servizi sociali “amministrati” dal Sindaco volto a forzate una responsabilità del Petese che NON ESISTE ! La vicenda ha dell’incredibile.
La sistemazione stessa, inoltre, sarebbe risultata inadeguata rispetto alle sue condizioni personali. L’assenza di una cucina, di spazi , di spazi idonei e di condizioni compatibili con una normale vita domestica avrebbe inciso sulla possibilità di vivere autonomamente, mantenere relazioni sociali, ricevere persone e svolgere la propria attività professionale. Non si trattava, quindi, soltanto della disponibilità materiale di una stanza, ma della possibilità concreta di condurre una vita autonoma e dignitosa.
Il danno prospettato non coincide pertanto esclusivamente con la perdita dell’alloggio, ma comprende, la perdita di autonomia, l’isolamento sociale, la compromissione della vita di relazione, la limitazione delle opportunità lavorative e il peggioramento delle condizioni personali e psicologiche.
In questo quadro assume particolare rilievo anche l’inserimento del Petese in un PUC presso la biblioteca.
Pur non costituendo un rapporto di lavoro subordinato, il progetto rappresentava una concreta occasione di inclusione, socializzazione e partecipazione alla vita della comunità. La sua interruzione ,MAI PIU' in seguito ripresa, da parte del Sindaco Melcarne, avvenuta dopo breve tempo, senza un provvedimento formale, senza una motivazione comunicata al Petese e senza l’offerta di un percorso alternativo, privava l’interessato di uno strumento concreto di relazione, autonomia e partecipazione sociale.
Tale circostanza può essere valutata insieme alla precarietà abitativa e all’assenza di altri interventi quale possibile indice di una presa in carico comunale inizialmente avviata e successivamente sostanzialmente abbandonata. La tesi, tuttavia, non è che il Petese avesse acquisito un diritto permanente a occupare l’immobile dei Padri Trinitari, né che il PUC gli attribuisse un diritto indefinito alla prosecuzione dell’attività.
La questione è diversa: il Comune, avendo determinato o comunque favorito l’inserimento del Petese nell’immobile dei Trinitari, avendo conosciuto per anni la sua situazione personale e abitativa e avendo mantenuto nel tempo quella sistemazione senza predisporre una soluzione definitiva, non poteva limitarsi a lasciare che la situazione si protraesse indefinitamente per poi consentire che il problema si trasformasse esclusivamente in un conflitto tra il Petese e i proprietari dell’immobile.
La cessazione della disponibilità dell’immobile, infatti, avrebbe dovuto essere accompagnata dalla predisposizione di una soluzione abitativa e sociale alternativa, adeguata alla condizione di disabilità, alle esigenze di autonomia e alla dignità personale dell'interessato, nonché da una comunicazione chiara e formalmente verificabile. Il Comune e il Sindaco Gianfranco Melcarne tende a mentire pur sapendo di mentire rappresentando il Petese come colui al quale furono offerte possibilità, vere e proprie menzogne da questi mai articolate o provate formalmente !!!
PER CUI SARÀ DISPOSTA UNA RICONVENZIONALE IN GIUDIZIO POICHÈ DOPO LE RICHIESTE DI UNA SOLUZIONE BONARIA E LE DIFFIDE AL COMUNE, NON RIMANE ALTRO CHE L’AUTORITÀ GIUDIZIARIA.
Sia ben chiaro per le chiacchiere di paese e le voci messe in circolo sotto il profilo penale, sulla base dei fatti riferiti, non emergono elementi concreti per rappresentare il Petese come un occupante predatorio o come autore di un’occupazione arbitraria come il Trinitario Vincenzo Frisullo sui social si spinse su questo calunnioso piano rappresentativo del Petese.. L’ingresso sarebbe avvenuto nell’ambito di una collocazione comunale e la permanenza sarebbe stata conosciuta e tollerata per anni. La controversia appare pertanto principalmente riconducibile al rilascio dell’immobile e, su un piano distinto, alla responsabilità dell’amministrazione nella gestione della situazione abitativa e sociale, piuttosto che a una condotta criminale originariamente posta in essere dal Petese.
In conclusione, il rilascio eventualmente richiesto dai Padri Trinitari e la responsabilità del Comune costituiscono due questioni distinte e non sovrapponibili.
Il primo profilo deve essere valutato alla luce del titolo che aveva consentito l’ingresso e la permanenza e della sua eventuale cessazione; il secondo riguarda invece il ruolo assunto dall’amministrazione comunale nella collocazione del Petese, nella successiva gestione della situazione e nella mancata predisposizione di una IDONEA soluzione abitativa e sociale alternativa per ben 7 anni, nonstante numerose e copiose PEC spedite al Comune senza mai ricevere alcun riscontro, di qui la ferma convinzione della malafede dei soggetti istituzionali a piu livelli.
L’inerzia comunale, la mancata comunicazione documentata del termine di quindici giorni, l’inadeguatezza della sistemazione, la mancata continuità della presa in carico, l’interruzione del PUC e l’assenza di un progetto alternativo costituiscono quindi elementi che possono essere valorizzati, ciascuno per quanto di competenza, per ricostruire correttamente la vicenda e per sostenere nei confronti del Comune la richiesta di accertamento delle eventuali omissioni e dei danni concretamente dimostrati.
La vicenda, pertanto, non appare originariamente come la storia di un’occupazione abusiva nata da una libera e arbitraria iniziativa del Petese, ma come una situazione assistenziale inizialmente costruita e resa possibile dal Comune, conosciuta per anni dalle istituzioni e dai Padri Trinitari e successivamente lasciata irrisolta, fino a trasformarsi in un conflitto tra il Petese e i titolari dell’immobile,guarda caso in concomitanza con un ulterirore danno al Petese ovvero il furto nel Convento dei suoi risparmi.
Ed è proprio questo passaggio che deve essere tenuto fermo nella ricostruzione dei fatti: la questione non nasce nel 2019 da un’occupazione arbitraria del Petese, ma da una sistemazione abitativa individuata dall’amministrazione comunale dopo lo sgombero per non avente titolo dalla casa coniugale e protrattasi per circa sette anni senza che il Comune definisse una soluzione alternativa, come molti sanno e ne sono testimoni.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
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