IL NAUFRAGIO DEI LEGAMI: QUANDO LA SEPARAZIONE DIVENTA TERRENO DI SCONTRO IDEOLOGICO E MANIPOLATORIO
IL NAUFRAGIO DEI LEGAMI: QUANDO LA SEPARAZIONE DIVENTA TERRENO DI SCONTRO IDEOLOGICO E MANIPOLATORIO
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IL NAUFRAGIO DEI LEGAMI: QUANDO LA SEPARAZIONE DIVENTA TERRENO DI SCONTRO IDEOLOGICO E MANIPOLATORIO

Jun 21, 2026


La fine di un legame coniugale rappresenta, per definizione, un evento critico che investe l’intero nucleo familiare. Tuttavia, negli ultimi anni, si osserva un fenomeno sempre più frequente che trascende il piano del conflitto privato per trasformarsi in una complessa dinamica di riscrittura della realtà. Si tratta di quello scenario in cui, all'atto della separazione, la rottura non avviene attraverso un dialogo responsabile tra le parti, ma tramite azioni unilaterali , spesso compiute nel silenzio notturno e concretizzate nella sottrazione dei figli , che di fatto estromettono una delle due figure genitoriali dalla vita dei minori.

Il ritorno all’origine come rifugio e arma

In molti casi, la separazione coincide con il ritorno del coniuge presso la casa dei genitori, a loro volta spesso segnati da storie di conflitti e fratture. Tale dinamica, lungi dall'essere un semplice ripiego logistico, assume i contorni di una regressione relazionale. Spesso, infatti, il legame con la famiglia d'origine è caratterizzato da storiche ed estese conflittualità; tuttavia, nel momento del fallimento matrimoniale, tali relazioni vengono "riscoperte" in funzione difensiva o di un presunto amore incondizionato. Il fallimento personale viene delegato spesso, e interamente, al partner maschile, innescando un meccanismo di colpevolizzazione che ignora la natura intrinsecamente bidirezionale di ogni relazione.

Questa dinamica si aggrava quando il nucleo familiare d'origine si inserisce nel conflitto con finalità non dichiarate, spesso di natura economica o patrimoniale. L’ingerenza dei parenti, agendo nell'ombra, trasforma il dissidio , teoricamente superabile , tra due individui in una strategia di accerchiamento che mira a una ridefinizione forzata degli equilibri familiari.

Un aspetto peculiare di tale fenomenologia risiede nella narrazione che viene costruita all'esterno. La persona che si separa, nel tentativo di giustificare l’allontanamento unilaterale dei figli, ricorre spesso alla creazione di un'identità di "vittima". Questo processo si alimenta attraverso la diffusione di versioni distorte , arrivando talvolta a definire il matrimonio stesso come una costrizione , utili a ottenere validazione sociale e supporto non solo in determinati circuiti ideologici, ma anche in sede civile.
A questa architettura narrativa si aggiunge oggi un elemento di amplificazione costante: i social media. In questo spazio virtuale, la separazione non è solo vissuta, ma performata. Il ricorso alle piattaforme digitali risponde a un bisogno compulsivo di celebrare la propria versione dei fatti, costruendo una narrazione che rasserena la coscienza e stabilizza l'identità di "vittima".

Sotto il velo di una costante e ostentata felicità , o di una sofferenza esibita a uso del pubblico , si cela il tentativo di autoconvincersi della propria immunità da ogni responsabilità. Attraverso post e narrazioni pubbliche, il genitore alienante cerca di consolidare la propria posizione, ribadendo costantemente l'esigenza di punire il "presunto carnefice". Questo agire trova terreno fertile nelle ideologie contemporanee, che offrono una precisa collocazione nel pantheon delle "vittime".

Emblematica è la retorica della "madre speciale" che, nel vantarsi di assolvere contemporaneamente a entrambi i ruoli , quello materno e quello paterno , rivendica una sorta di autosufficienza che giustifica, ai suoi stessi occhi, l'estromissione dell'altro. Celebrare pubblicamente la propria capacità di "fare anche da padre" diventa, in quest'ottica, non solo un vanto personale, ma un atto di delegittimazione definitiva della figura paterna, trasformata in un'appendice superflua, se non addirittura dannosa, per la crescita dei figli.

Questo uso strumentale dei social trasforma il vissuto privato in una produzione ideologica. La ricerca di approvazione sociale nel mondo digitale alimenta un circolo vizioso: più la narrazione viene validata dai "like" e dal consenso della cerchia sociale, più la convinzione di aver operato correttamente , a dispetto di ogni evidenza , si radica nel genitore.

Il risultato è una società che, incoraggiando acriticamente queste retoriche, finisce per validare la distruzione dei legami familiari. Si viene così a creare un ambiente in cui l'ideologia prevale sul bene superiore del minore, e dove il diritto alla bigenitorialità viene sistematicamente sacrificato sull'altare di una celebrazione di sé che non ammette dubbi, né confronto, né , soprattutto , la presenza dell'altro genitore.

In questo contesto, la separazione cessa di essere un fatto privato per divenire "manodopera politica". Esistono segmenti del dibattito contemporaneo che, mossi da un'agenda ideologica, ricercano attivamente figure (manovalanza) che incarnino il ruolo della vittima sacrificale per alimentare retoriche critiche verso la figura del padre. Tale approccio, invocando la necessità di abbattere strutture patriarcali, finisce paradossalmente per rinforzare pregiudizi e polarizzazioni, svuotando il concetto di tutela dei minori e ignorando il diritto fondamentale alla bigenitorialità.

Il risultato di questa commistione tra sofferenza individuale, manipolazione relazionale e opportunismo è una società in cui il conflitto familiare perde la sua dimensione umana, divenendo una guerra di posizioni che sembra richiamare le dinamiche del complesso di Elettra. Quando la verità viene sacrificata sull'altare della narrazione strumentale, a pagare il prezzo più alto sono i figli. Essi vengono spesso costretti dal genitore affidatario , solitamente la madre , a una dolorosa "scelta di campo" per un principio di lealtà, a netto discapito del genitore estromesso.

Richiamare le dinamiche del complesso di Elettra nel contesto di una separazione conflittuale significa alludere a un particolare schema psicologico, di derivazione junghiana, che descrive la forma femminile del complesso di Edipo.

Nel contesto di questa narrazione, il richiamo a questo concetto serve a sottolineare tre aspetti fondamentali della dinamica che si sta umilmente descrivendo:

  1. L'attaccamento esclusivo al genitore d'origine: Proprio come nella figura mitologica di Elettra , che era profondamente legata al padre Agamennone e in netto conflitto con la madre Clitemnestra , il genitore che si separa e torna alla propria famiglia d'origine può manifestare una "regressione". In questa fase, la persona sembra ritrovare nel genitore d'origine un punto di riferimento assoluto, quasi un "nuovo centro" affettivo che sostituisce il partner, riproponendo un legame infantile che esclude o demonizza l'esterno (in questo caso, l'ex partner maschile).
  2. La competizione e l'ostilità verso il "terzo": Il complesso di Elettra implica una sorta di rivalità. Quando questa dinamica viene proiettata nel conflitto di coppia, il partner maschile viene percepito non come un compagno, ma come un "intruso" o un antagonista che deve essere eliminato dalla scena familiare. Il legame tra il genitore tornato "a casa" e i propri genitori diventa un blocco monolitico, all'interno del quale il padre dei figli viene estromesso per proteggere (o restaurare) il legame primario con la propria famiglia di origine.
  3. L'incapacità di svincolarsi: Il richiamo a queste dinamiche serve a evidenziare un mancato processo di maturazione. In una separazione sana, l'individuo dovrebbe riuscire a gestire il fallimento in modo autonomo e adulto. Quando invece intervengono logiche "da complesso di Elettra", la persona non riesce a separarsi emotivamente dal proprio passato familiare; di conseguenza, il partner viene colpevolizzato per non essere stato in grado di occupare un posto che, in realtà, è ancora occupato dalle figure genitoriali di lei.

Usare questa espressione in questa riflessione significa suggerire che la lotta contro il padre non è solo un conflitto di coppia "moderno", ma affonda le radici in dinamiche infantili mai risolte, in cui la madre/figlia si coalizza con i propri genitori contro il partner, perpetuando un conflitto che ha più a che fare con il bisogno di tornare a essere "figlia" che con la realtà di essere "adulta e genitrice".

È un modo per dire che quella "guerra" non riguarda solo la gestione dei figli nel presente, ma è il riflesso di un incastro psicologico arcaico in cui il partner viene sacrificato sull'altare di un legame familiare d'origine mai realmente superato.

Teorizzare le conseguenze di una dinamica basata su un "incastro psicologico arcaico" di questo tipo significa guardare oltre il conflitto legale immediato, osservando come esso modifichi profondamente la struttura psichica dei soggetti coinvolti, in particolare dei minori.

Ecco le principali conseguenze che, da un punto di vista psicologico, sistemico e sociale, possono essere teorizzate:

La "Parentificazione" e il furto dell'identità dei figli

La conseguenza più grave è la distorsione del percorso di crescita dei figli. Se il genitore regredisce allo stato di "figlia" del proprio nucleo d'origine (complesso di Elettra), il figlio smette di essere un individuo con i propri bisogni e diventa un "oggetto di scambio" o un "alleato di coalizione".

  • Conseguenza: Il figlio sviluppa un "Falso Sé" per compiacere la madre e i nonni. Non gli è permesso di amare il padre, poiché farlo significherebbe tradire la madre (e implicitamente i nonni). Questo genera un trauma da scissione: il bambino impara che per essere amato deve negare una parte di sé (quella che lega al padre).

La cristallizzazione della conflittualità generazionale

Quando un genitore torna dai propri genitori portando con sé il fallimento del proprio matrimonio come un "trofeo" di vittimismo, la famiglia d'origine tende a validare questa posizione.

  • Conseguenza: Si crea un "patto transgenerazionale di ostilità". La famiglia d'origine non aiuta il figlio a maturare, ma ne alimenta la rabbia per giustificare retroattivamente le proprie passate sconfitte o il proprio controllo. Il conflitto non si esaurisce con il divorzio, ma diventa una "eredità" che viene tramandata, impedendo al genitore separato di raggiungere una reale autonomia adulta.

La "Cronicizzazione" della vittimizzazione

Il bisogno di trovare costantemente conferme sui social media o negli ambienti ideologici della politica presenti nell’introno della famiglia di origine ove si è ripiegato suggerisce una dipendenza affettiva dal ruolo di vittima.

  • Conseguenza: L'individuo perde la capacità di analisi critica della propria condotta. Se la responsabilità è sempre "dell'altro" (il carnefice, il sistema patriarcale, il partner maschile oppressivo), la persona smette di sviluppare l'empatia necessaria per la gestione dei conflitti. A lungo termine, questo porta a una solitudine relazionale: la persona sarà incapace di costruire nuovi legami sani perché cercherà sempre partner, amici, amiche che fungano da specchio al proprio vittimismo o, peggio, che ne subiscano l'oppressione.

Il rischio di devianza nelle relazioni future dei figli

I figli che crescono in questo clima, condizionati da una "narrazione" che demonizza il padre, assorbono una visione distorta delle relazioni umane.

  • Conseguenza: Possono sviluppare insicurezza cronica, difficoltà nelle relazioni affettive o tendenze alla ripetizione del trauma. Se una figlia ha interiorizzato il modello della madre (il padre come nemico da estromettere, ma anche il padre separato della madre), rischierà di replicare tale schema nella propria vita adulta. Se il figlio o la figlia ha subito l'estromissione del padre, potrebbe sviluppare un senso di colpa profondo verso la propria identità maschile o femminile e un'incapacità di sentirsi all'altezza dei propri ruoli futuri.

La paralisi evolutiva della società

A livello più ampio, la teoria di cui si parla suggerisce una "regredizione sociale".

  • Conseguenza: Quando la politica e la cultura validano questo vittimismo ideologico, la società non promuove più la mediazione o la responsabilità individuale, ma incentiva la polarizzazione. Il dialogo diventa impossibile perché non si confrontano fatti, ma "narrazioni". La conseguenza teorica è un indebolimento del tessuto sociale: i cittadini non vengono più spinti a risolvere i propri conflitti con maturità, ma a cercare un arbitro ideologico che dichiari chi ha ragione e chi ha torto, trasformando ogni crisi familiare in un microcosmo di guerra sociale.

La conseguenza ultima di questo incastro è l'impossibilità del lutto. La separazione, per essere elaborata in modo sano, richiede la capacità di accettare il fallimento e di "lasciare andare" l'altro riconoscendone la dignità. Se il genitore rimane intrappolato nel complesso di Elettra, il lutto non avviene mai. La relazione rimane "viva" e avvelenata dal conflitto, perché l'altro non è una persona reale, ma un demone necessario per mantenere in piedi l'intero castello di carte della propria identità vittimaria.Si afferma una sorta di "bidirezionalità" del conflitto nella relazione, la prima narrata, l’altra celata.

Il riferimento alla "bidirezionalità" nelle relazioni e nelle dinamiche di conflitto, usato come elemento di critica verso alcune derive del pensiero femminista contemporaneo, non appartiene a una singola figura, ma è il nucleo di un dibattito accademico e sociologico che ha visto diverse studiose allontanarsi o porsi in posizione critica rispetto al "mainstream" ideologico.

Non esiste un'unica persona che abbia "inventato" il termine, ma diverse autrici hanno evidenziato il limite del modello "vittima-carnefice" assoluto, sostenendo che tale visione ignora la complessità delle interazioni umane.

Ecco alcuni contesti e figure che hanno trattato questo tema:

La critica alla "Violenza simmetrica" (Studi sulla violenza di coppia)

Nel campo della sociologia e della psicologia della famiglia, una parte della ricerca (spesso citata come Family Conflict Studies) ha messo in luce, fin dagli anni '70 e '80 (con studiosi come Murray Straus e Richard Gelles), la presenza di una sostanziale bidirezionalità (o simmetria) negli episodi di violenza domestica in molte coppie.

  • Il conflitto: Questa linea di ricerca è stata duramente contestata da gran parte dell'attivismo femminista istituzionale, poiché percepita come una negazione della natura politica della violenza di genere (intesa come strumento di dominio maschile). Le studiose che hanno cercato di integrare questi dati empirici nel dibattito femminista sono state spesso accusate di "negazionismo" o di svuotare di significato la lotta contro il patriarcato.

Le voci critiche interne ed esterne

Diverse intellettuali hanno espresso posizioni critiche riguardo all'irrigidimento ideologico che impedisce di vedere la complessità (e dunque la bidirezionalità) delle dinamiche relazionali:

  • Erin Pizzey: Fondatrice del primo centro antiviolenza al mondo (Chiswick Women's Aid, 1971), fu tra le prime ad essere "allontanata" o marginalizzata dal movimento femminista radicale. Il suo "peccato" fu osservare che molte donne che arrivavano nei centri non erano solo vittime passive, ma partecipavano attivamente a dinamiche di violenza reciproca e distruttiva. La sua insistenza nel voler trattare il problema in modo sistemico — e non solo come oppressione del maschio verso la femmina — la portò allo scontro frontale con l'ideologia dominante dell'epoca.
  • Camille Paglia: Sebbene non si identifichi esclusivamente con la sociologia del conflitto, è una delle critiche più note del "femminismo vittimario". La sua analisi sostiene che il vittimismo costante toglie alle donne la loro forza e responsabilità, creando narrazioni che distorcono la realtà delle relazioni umane (spesso basate, secondo lei, su una tensione di potere in cui entrambi i sessi giocano ruoli attivi).
  • Studiose del "Femminismo critico": In ambito italiano e internazionale, diverse studiose hanno iniziato a interrogarsi sul rischio di "vittimismo istituzionalizzato". Autrici che si occupano di Gender Studies critici (o che leggono Foucault in chiave anti-dogmatica) hanno spesso suggerito che l'idea di una vittima purissima sia un costrutto politico che, paradossalmente, impedisce una reale emancipazione, perché mantiene la donna in una posizione di dipendenza dallo "Stato" o dal "sistema" per essere protetta.

Perché questo porta all'allontanamento?

Il motivo per cui chi solleva il tema della bidirezionalità viene spesso allontanato dagli ambienti ideologici è di natura politica:

  • La narrazione come potere: Molti apparati ideologici fondano la propria esistenza sull'idea di una asimmetria strutturale. Se si introduce il concetto di "relazione bidirezionale", si suggerisce che anche la donna abbia una capacità di agire (agency) e, di conseguenza, una responsabilità nel conflitto.
  • La perdita della "causa": Per la retorica del vittimismo, riconoscere che il partner maschile possa essere a sua volta vittima di manipolazioni o di aggressioni psicologiche (come nel caso dell'alienazione parentale o della fuga unilaterale che descrivi) distrugge l'immagine del "carnefice unico".

Più che una singola persona, è una corrente di pensiero eretica , che parte dai dati empirici sulla violenza e passa per una critica filosofica al vittimismo , a essere stata estromessa dal discorso pubblico dominante perché giudicata incompatibile con la necessità di mantenere un'agenda politica basata sulla dicotomia netta tra i sessi. E lo vediamo in Italia con evidenza.

È proprio in questo scarto tra la complessità della vita reale (bidirezionale e caotica) e la semplificazione politica (lineare e punitiva) che si gioca la sofferenza che stiamo cercando umilmente di descrivere.

La sfida, in un sistema giudiziario spesso lento e oneroso, rimane quella di tentare di scardinare queste sovrastrutture narrative per riportare al centro la realtà dei fatti: una realtà che, sebbene complessa e dolorosa, non può essere ridotta a una dicotomia ideologica tra carnefici e vittime. Solo attraverso un riconoscimento oggettivo delle reciproche responsabilità e una tutela ferrea dei diritti del minore , al di là di ogni strumentalizzazione , sarà possibile immaginare una gestione della crisi che non si traduca, inevitabilmente, nel naufragio dell'integrità familiare, a danno di figli che spesso non hanno gli strumenti per comprendere le logiche perverse che li condizionano nel presente e consizioneranno negli anni a venire.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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