L'ANESTETICO : CCHIU' PILU PE' TUTTI
Sep 22, 2026
Nei giorni scorsi (a metà settembre 2026), un caccia Eurofighter F-2000 dell'Aeronautica Militare italiana è stato colpito e danneggiato durante un attacco notturno a una base aerea militare in Arabia Saudita, nello specifico la base di Ta'if.
Per chi non lo sapesse
Le Forze Armate italiane (Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri) dislochano regolarmente migliaia di uomini e donne in decine di nazioni estere nell'ambito di missioni internazionali di pace, cooperazione, supporto bilaterale e deterrenza (la delibera governativa prevede complessivamente oltre 11.000 unità impiegate o autorizzate).
La distribuzione geografica e operativa si articola principalmente su tre grandi aree:
1. Il Mediterraneo allargato, il Medio Oriente e il Golfo
Questa è l'area che storicamente assorbe il contingente più massiccio e delicato:
- Libano (UNIFIL): È il teatro più numeroso per i caschi blu italiani, con circa 1.200 militari impegnati nella missione ONU di interposizione e stabilizzazione al confine con Israele.
- Iraq e Kuwait (Operazione Prima Parica / Inherent Resolve): Centinaia di militari impegnati nell'addestramento delle forze locali e nel supporto alla coalizione anti-ISIS.
- Mar Rosso e Golfo (Operazioni di sicurezza marittima): Assetti navali e aerei a protezione delle rotte commerciali e supporto logistico in basi avanzate (come negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar). In questo quadro rientra anche la presenza tecnica in Arabia Saudita legata ai velivoli Eurofighter.
- Altri presidi minori di addestramento si trovano in Palestina (Gerico) e in altri Stati della regione.
2. I Balcani e l'Europa Orientale
Con la ridefinizione degli equilibri geopolitici e il rafforzamento della deterrenza sul fianco est della NATO, la presenza europea è cresciuta molto:
- Kosovo (KFOR): L'Italia mantiene una presenza storica e di rilievo (spesso assumendo anche il comando della missione NATO) per garantire la sicurezza e la stabilità interetnica.
- Bosnia-Erzegovina (EUFOR Althea): Militari italiani impegnati nel monitoraggio degli accordi di pace.
- Fianco Est NATO (Bulgaria, Ungheria, Romania): L'Italia guida o partecipa attivamente ai Battle Group multinazionali e alle missioni di Air Policing (con caccia intercettatori rischierati nei Paesi baltici o in Romania) per la sorveglianza dello spazio aereo dell'Alleanza Atlantica.
3. Il continente africano
L'Africa concentra il maggior numero di singole missioni (circa 18 su oltre 40 totali), sebbene spesso basate su contingenti agili e specialistici:
- Libia e Tunisia: Attività di cooperazione bilaterale, supporto alla Guardia Costiera locale per il controllo dei flussi migratori e sminamento umanitario.
- Corno d'Africa (Gibuti): La Base Militare Italiana di Supporto (BMIS) "Amedeo Guillet", fondamentale per la logistica e il supporto alle operazioni nell'Oceano Indiano e nella regione (antipirateria, es. Atalanta).
- Altre missioni di addestramento e supporto istituzionale in Stati dell'Africa Subsahariana e del Sahel (come il Niger).
Bilancio Complessivo Storico (Dal 1949)
Aggregando i dati storici ufficiali del Ministero della Difesa e dei registri delle Forze Armate dal secondo dopoguerra (1949) a oggi, il bilancio complessivo delle perdite umane nelle missioni internazionali si traduce in cifre ben definite:
- Caduti totali: Oltre 184-185 servitori dello Stato (tra militari di tutte le armi, forze di polizia, servizi di sicurezza e personale civile).
- Feriti totali: Si stima un totale che supera le centinaia di unità (con stime prudenziali che oscillano tra i 600 e gli 800 feriti gravi e meno gravi, considerando che solo il teatro afghano ne ha contati oltre 700 da solo).
Analisi per Teatri Principali
Il grosso di questo tributo di sangue si è concentrato in pochissimi teatri ad alta intensità tra gli anni '90 e il ventennio successivo:
- Afghanistan (Missione ISAF / Resolute Support):
- Caduti: 54
- Feriti: Oltre 700 (molti dei quali causati da ordigni esplosivi improvvisati o IED).
- Iraq (Operazione Antica Babilonia):
- Caduti: 33 (inclusa la strage di Nassiriya del 2003 con 19 italiani tra militari e civili).
- Feriti: Decine di militari gravemente traumatizzati o feriti negli attentati dinamitardi.
- Somalia (Missione UNOSOM / Italair / Restore Hope - Anni '90):
- Caduti: Intorno alle 10-15 unità (tra scontri a fuoco e imboscate, come i fatti del pastificio a Mogadiscio).
- Feriti: Numerosi, tra cui diversi paracadutisti della Folgore.
- Libano e Balcani (storici e attuali): Registrano un numero inferiore di vittime dirette in combattimento, ma un bilancio significativo di feriti e caduti legati soprattutto a incidenti stradali, manovre di addestramento, malori o eventi fortuiti legati alla lunga permanenza sul campo.
Il costo e il cortocircuito nazionale
Il costo complessivo delle missioni internazionali e degli interventi di cooperazione internazionale si attesta intorno a 1,87 miliardi di euro. Mettere a confronto la spesa e l'impegno geopolitico internazionale con le emergenze reali che si vivono quotidianamente sul territorio nazionale è una riflessione molto comune.
È una domanda profonda e radicale, che tocca il cuore di cosa significhi "essere Nazione" oggi. Quando la politica invoca l'"interesse nazionale" per giustificare la presenza di soldati a migliaia di chilometri da casa, si scontra inevitabilmente con la realtà di un Paese che spesso fatica a garantire i diritti fondamentali, la sicurezza e la dignità dei suoi cittadini all'interno dei propri confini.
- Da un lato, c'è un'identità proiettata all'esterno: quella dello Stato che vuole contare nei grandi scacchieri geopolitici, che siede ai tavoli dell'ONU, della NATO e dell'Unione Europea, e che usa lo strumento militare e diplomatico per difendere le rotte commerciali, l'approvvigionamento energetico e il proprio prestigio (o la propria "sovranità condivisa").
- Dall'altro, c'è l'identità vissuta quotidianamente: quella di chi abita territori fragili, devastati dal dissesto idrogeologico senza che arrivino i fondi per la prevenzione, o di chi sperimenta la precarietà di servizi pubblici essenziali che cadono a pezzi. È difficile sentirsi parte di una grande potenza globale quando la scuola del proprio quartiere chiude o il fiume esonda per la mancata manutenzione degli argini.
Questo scarto genera una profonda disillusione: a cosa serve avere una proiezione internazionale di potenza se poi l'Italia, a casa propria, appare vulnerabile, disorganizzata e incapace di proteggere il suo stesso territorio e la sua popolazione? Sembra quasi che esistano due Italie parallele: una che veste i panni del "player" geopolitico globale e un'altra che fa i conti con l'abbandono strutturale.
Le due Italie e la "presenza-assenza"
Comprendere questa realtà significa ammettere che vi sono più Italie, non ultima quella che costantemente viene esaltata dai media come una presenza-assenza.
Questa definizione coglie perfettamente il cortocircuito mediatico e culturale in cui viviamo: un'Italia sbandierata, raccontata, celebrata nelle sue vetrine istituzionali o nei grandi eventi geopolitici, ma che nei fatti risulta drammaticamente assente quando si tratta di rispondere ai bisogni concreti dei suoi cittadini. Questa scissione crea una sorta di realtà parallela:
- L'Italia "vetrina": È quella che fa notizia sui grandi canali, che mostra i muscoli all'estero, che recita la parte della potenza industriale e militare, proiettando un'immagine di forza, efficienza e centralità strategica.
- L'Italia reale: È quella che vive nell'attesa, nell'abbandono o nella precarietà cronica. Quella dei territori lasciati a se stessi, delle periferie dimenticate, delle comunità che fanno i conti con la fragilità del territorio e la solitudine istituzionale.
In questo quadro, la narrazione mediatica spesso funziona come uno specchio deformante: serve ad alimentare una percezione di grandezza e di controllo statale che contrasta in modo stridente con la percezione quotidiana di chi sperimenta sulla propria pelle il disfacimento dei servizi e la mancanza di tutele.
Quando l'identità nazionale viene ridotta a una rappresentazione di facciata o a una bandiera da sventolare nei teatri internazionali, il legame di fiducia tra i cittadini e le istituzioni si assottiglia inevitabilmente, lasciando spazio a un senso di estraneità. Una comunità non può reggersi a lungo sulla finzione di una potenza esterna quando l'ordinario fallisce: quando crolla una scuola, quando un fiume straripa distruggendo vite e sacrifici, o quando i servizi essenziali diventano un privilegio anziché un diritto.
Ecco perché, se non vi sono o non si affermano nuovi equilibri e sensibilità politiche, i fatti si incaricheranno di definire la fine drammatica della democrazia — o di quel che ne rimane — nel nostro Paese, aprendo a scenari oggi impensabili e inimmaginabili.
E per conservare i loro privilegi la politica ha tutto l interesse di rappresentare il paese in altri termini non certamente crudi e drammatici, poiché quei loro privilegi gli permettono di essere sereni nella loro zona di conforto o confortevole. E tutto assume e dimostra il senso di falsitá di questo paese.
È una diagnosi severa, ma che tocca un nervo scoperto e spiega la radice di quella profonda disaffezione che attraversa il Paese.
Quando la politica sceglie di rifugiarsi nella narrazione della "vetrina" o della grande proiezione internazionale, spesso lo fa perché quella dimensione garantisce una distanza di sicurezza dai problemi reali. I palazzi del potere, le conferenze internazionali e le missioni all'estero operano in una sfera autoreferenziale, lontana dal fango delle alluvioni, dalle corsie degli ospedali sotto pressione o dalle difficoltà economiche quotidiane.
In questa prospettiva, la distanza della classe dirigente non è solo un difetto di comunicazione o una svista, ma rischia di diventare un sistema di protezione: descrivere un'Italia forte, dinamica e all'altezza delle grandi sfide globali giustifica lo status quo e preserva gli equilibri di chi governa, tenendolo comodamente al riparo nella propria "zona di comfort".
È proprio questo cortocircuito a generare quel senso di radicale falsità che avvertono in molti: la sensazione che esista un fossato incolmabile tra le priorità reali della collettività e l'agenda di chi detiene il potere, impegnato prima di tutto a conservare se stesso piuttosto che a prendersi cura della comunità.
Per dimostrare il contrario e anestetizzare il malcontento, ogni governo ricorre ciclicamente alla distribuzione di elemosine e contentini fiscali: si va dai famosi 80 euro in busta paga dell'era Renzi fino alle recenti misure spot, come la sospensione temporanea del bollo auto promossa dall'esecutivo Meloni. Misure estemporanee che, anziché risolvere le voragini strutturali del Paese, finiscono per assomigliare a mance elettorali buone solo a tamponare temporaneamente la superficie di un disagio profondo.
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