LA CARCIOFARA MELONI FESTEGGIA A BARI
Sep 06, 2026
LA CARCIOFARA MELONI FESTEGGIA A BARI
Cinque milioni e ottocentomila italiani rinunciano a curarsi, le bollette continuano a pesare pesantemente sui bilanci familiari, gli stipendi hanno perso potere d'acquisto, la sanità pubblica è sottoposta a una pressione sempre più difficile da sostenere e, in molte parti del Paese, scuole, infrastrutture e servizi pubblici sembrano non essere più all'altezza di ciò che dovrebbe essere un Paese europeo. Intanto aumentano le difficoltà economiche delle famiglie, si allungano le file davanti alle Caritas, cresce il numero di italiani che non riescono più ad arrivare serenamente alla fine del mese e persino una vacanza, per molti, diventa qualcosa da pagare a rate o attraverso ulteriori sacrifici. Le piccole e medie imprese, che continuano a rappresentare una parte fondamentale dell'economia italiana, devono fare i conti con una pressione fiscale e burocratica che troppo spesso trasforma il lavoro quotidiano in una corsa a ostacoli.
E mentre tutto questo accade, celebriamo come uno dei grandi risultati della politica italiana la longevità del governo Meloni a Bari .
Ma siamo davvero sicuri che sia questo il parametro con cui dovremmo giudicare un governo?
Perché un governo che dura è certamente un governo stabile, ma la stabilità, da sola, non mette il pane sulla tavola, non accorcia le liste d'attesa, non aumenta gli stipendi, non costruisce scuole migliori, non rende meno care le bollette, non restituisce una casa a chi l'ha perduta e non ridà automaticamente una prospettiva a chi l'ha smarrita. La durata di un governo non è un risultato per il cittadino: è soltanto una condizione perché i risultati possano arrivare. Se dopo anni di stabilità politica continuiamo a discutere degli stessi problemi, forse dovremmo avere il coraggio di smettere di confondere la capacità di rimanere al potere con la capacità di governare un Paese.
Perché governare non significa semplicemente occupare stabilmente una posizione di comando. Significa trasformare le condizioni concrete nelle quali vivono le persone. E allora il vero bilancio di un governo non dovrebbe essere costruito soltanto sui numeri della maggioranza parlamentare, sulla durata della legislatura, sui sondaggi, sulla capacità di comunicare o sulla quantità di consenso conservato nel tempo. Dovrebbe essere misurato anche attraverso qualcosa di molto più semplice e molto più difficile da manipolare: come vive la gente.
C'è un'Italia che appare ogni giorno sui giornali e nei comunicati ufficiali e ce n'è un'altra che esiste nelle case, negli ambulatori, nei supermercati, negli uffici, nelle periferie, nelle piccole imprese, nelle file degli ospedali e davanti alle porte delle associazioni che distribuiscono pacchi alimentari. È l'Italia di chi lavora ma non riesce a costruirsi un futuro, di chi ha una pensione ma deve scegliere quali spese affrontare, di chi rinuncia a una visita medica perché non può permettersi di aspettare mesi nel pubblico e non può permettersi il privato, di chi cerca una casa e scopre che il proprio reddito non basta più, di chi mantiene un'attività aperta combattendo contemporaneamente contro tasse, costi, burocrazia e incertezza.
E c'è un altro fenomeno che dovrebbe preoccuparci ancora di più: la progressiva trasformazione della difficoltà economica in disperazione personale e familiare. Perché dietro ogni statistica c'è una persona, e dietro ogni persona ci sono spesso una famiglia, delle responsabilità, dei debiti, una casa da mantenere, figli da crescere, genitori da assistere e una paura del futuro che può diventare, giorno dopo giorno, sempre più pesante. Non possiamo sostenere che la povertà, la crisi economica o la precarietà siano automaticamente la causa dei gesti estremi: sarebbe una semplificazione irresponsabile. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare il contesto nel quale alcune persone arrivano al punto di non vedere più una via d'uscita.
Ed è qui che incontriamo le tragedie più terribili: suicidi, omicidi-suicidi, famiglie intere distrutte, persone che arrivano a concepire la propria morte e, in alcuni casi estremi, anche quella dei propri familiari come unica soluzione a una realtà che non riescono più a sopportare. Quando accade, siamo spesso bravissimi a raccontare l'ultimo giorno, l'ultima ora, il gesto finale. Cerchiamo il movente, ricostruiamo la dinamica, intervistiamo i vicini, fotografiamo la casa e raccontiamo la tragedia. Molto più raramente ci chiediamo che cosa sia successo prima. Quanti segnali siano rimasti senza risposta, quanta solitudine ci fosse dietro quella porta, quante difficoltà economiche fossero già presenti, quante richieste di aiuto siano rimaste inascoltate, quanti servizi avrebbero potuto intercettare quella disperazione prima che diventasse irreversibile.
È una domanda scomoda, perché obbliga la politica e la società a guardare oltre la cronaca. Ci costringe a capire che la prevenzione non riguarda soltanto il momento nel quale una persona è già sull'orlo del precipizio. Prevenire significa costruire una rete capace di accorgersi prima che qualcuno ci arrivi: una sanità accessibile, servizi sociali funzionanti, politiche abitative, sostegno alle famiglie, lavoro dignitosamente retribuito, protezione delle persone fragili, comunità che non lascino completamente soli coloro che precipitano nella difficoltà.
E questo discorso non riguarda soltanto il governo Meloni. Anzi, sarebbe troppo facile trasformarlo nell'ennesimo scontro tra destra e sinistra.
E sia chiaro: non mi interessa la tifoseria politica. Se domani al governo ci fosse la sinistra e il Paese fosse nelle stesse condizioni, la criticherei esattamente allo stesso modo. Se ci fosse un altro governo, di qualsiasi colore, e continuassimo ad avere gli stessi problemi, non avrei nessuna difficoltà a denunciarli. Non giudico un governo migliore perché appartiene alla parte politica che preferisco e non lo considero peggiore soltanto perché appartiene a quella che non preferisco. Giudico chi governa da ciò che riesce concretamente a cambiare nella vita delle persone.
Il problema italiano è anche diventato questo: abbiamo trasformato la politica in una gigantesca macchina narrativa nella quale conta moltissimo raccontare il risultato e molto meno verificare se quel risultato abbia davvero cambiato la vita di qualcuno. Si celebrano i record, gli annunci, la stabilità, i rapporti internazionali, la crescita di questo o quell'indicatore, la capacità di resistere alle crisi e la durata del governo. Ma la politica rischia di vivere dentro una realtà parallela quando il suo racconto dei risultati non coincide più con la percezione quotidiana di milioni di cittadini.
Un governo può avere una maggioranza solida, una comunicazione efficace, un consenso elevato e una legislatura lunga e, contemporaneamente, lasciare irrisolti problemi fondamentali del Paese. Non c'è contraddizione: la stabilità politica e il benessere sociale sono due cose diverse. La prima può essere necessaria per ottenere il secondo, ma non lo garantisce.
Lo stesso vale per l'immigrazione. Possiamo discutere all'infinito di sbarchi, frontiere, decreti e slogan, ma un Paese serio deve essere capace di governare il fenomeno, controllare i propri confini, garantire sicurezza, combattere l'immigrazione illegale e, allo stesso tempo, gestire in maniera efficace l'integrazione di chi rimane. Anche qui non servono né il buonismo ingenuo né la propaganda permanente: serve uno Stato capace di fare il proprio mestiere. E quando una questione complessa viene utilizzata soltanto come strumento di consenso, il problema non viene risolto: viene semplicemente trasformato in materiale per la prossima campagna elettorale.
Lo stesso discorso vale per le imprese. Continuiamo a parlare di crescita e competitività, ma una piccola impresa italiana deve sopportare un sistema nel quale spesso il costo del lavoro, la pressione fiscale, gli adempimenti burocratici e l'incertezza normativa diventano un ostacolo alla possibilità stessa di investire, assumere e programmare. Eppure sono proprio quelle imprese che, in moltissimi territori, tengono in piedi l'economia reale, garantiscono occupazione e impediscono che intere comunità si svuotino.
Poi c'è la sanità, che forse rappresenta la misura più evidente della distanza tra il Paese che raccontiamo e quello che viviamo. Perché quando una persona rinuncia a curarsi non abbiamo davanti semplicemente un dato statistico: abbiamo il fallimento di una promessa fondamentale dello Stato sociale. E quando una famiglia deve scegliere tra pagare una visita privata e pagare una bolletta, il problema non è più soltanto sanitario. È economico, sociale e, in definitiva, politico.
Abbiamo costruito una società nella quale possedere un lavoro non garantisce necessariamente sicurezza, nella quale avere una casa non è più una condizione scontata, nella quale invecchiare può significare diventare progressivamente più dipendenti dai propri figli e nella quale avere bisogno di una prestazione sanitaria può trasformarsi in una prova economica. E contemporaneamente continuiamo a raccontarci che il principale successo della politica sia riuscire a mantenere in piedi un governo per un numero sempre maggiore di anni.
Ma che cosa significa durare se non si riesce a trasformare?
Questa dovrebbe essere la domanda.
Perché la longevità di un governo può essere un fatto istituzionalmente positivo, ma non può diventare un alibi politico. Più a lungo si governa, più grande dovrebbe diventare la responsabilità di ciò che si lascia dietro di sé. Non basta dire che si è rimasti in piedi mentre gli altri cadevano. Bisogna poter dire che, mentre si rimaneva in piedi, il Paese cambiava.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci soltanto quanto durerà il governo Meloni e cominciare a chiederci che Italia troveremo quando questa stagione politica sarà finita.
Troveremo un Paese nel quale una persona potrà curarsi senza dover scegliere tra salute e portafoglio? Nel quale lavorare consentirà davvero di vivere dignitosamente? Nel quale una famiglia potrà permettersi una casa senza destinare alla rata o all'affitto una parte insostenibile del proprio reddito? Nel quale un anziano potrà invecchiare senza diventare un peso economico per i figli? Nel quale una piccola impresa potrà produrre, assumere e investire senza essere soffocata dalla burocrazia? Nel quale chi precipita nella povertà potrà incontrare uno Stato prima della disperazione e non soltanto dopo la tragedia?
Perché è questo, alla fine, il punto.
La politica può celebrare la propria longevità. La vita delle persone, però, non si misura in legislature.
Si misura nella possibilità concreta di vivere senza paura, di curarsi, di lavorare, di avere una casa, di crescere i propri figli, di assistere i propri genitori e di immaginare ancora un domani.
E se qualcuno arriva al punto di non vedere più quel domani, il problema non è soltanto quello che accade nella sua testa o dentro le mura della sua casa. Il problema diventa anche quello di una società che deve chiedersi quante volte quella disperazione avrebbe potuto essere intercettata prima che diventasse una tragedia.
Un governo può durare cinque anni, dieci anni o più. Può conquistare il consenso, resistere alle opposizioni e vantare la propria stabilità.
Ma alla fine resta una domanda alla quale nessuna propaganda può rispondere al posto dei cittadini:
durante quegli anni, siamo diventati davvero un Paese migliore o abbiamo semplicemente imparato a raccontarci meglio quanto siamo diventati bravi a durare?
Ed è qui che entra in gioco un altro elemento, forse ancora più importante dei numeri: la comunicazione politica. Perché se mentre milioni di persone fanno fatica ad arrivare alla fine del mese si riesce a trasformare la longevità di un governo in una festa nazionale, con migliaia di persone portate a Bari, decine di pullman organizzati da tutta Italia, un grande palco, slogan, immagini, musica e una narrazione costruita intorno all'idea che «il governo più stabile» coincida con «l'Italia più forte», allora non siamo più soltanto davanti alla celebrazione di un risultato politico. Siamo davanti a una precisa operazione comunicativa: prendere un dato reale ,la durata eccezionale del governo ,e trasformarlo, attraverso la ripetizione e la spettacolarizzazione, in una prova generale della bontà dell'intera azione di governo. Lo slogan scelto per la manifestazione era, non a caso, «Il Governo più stabile, l'Italia più forte».
Ma tra le due cose non esiste alcuna equivalenza automatica. Un governo può essere il più longevo della storia repubblicana e un Paese può continuare ad avere salari bassi, servizi pubblici in difficoltà, sanità sotto pressione, produttività stagnante e famiglie che faticano. Perfino la stessa Meloni, nel suo intervento a Bari, ha riconosciuto che «il governo più stabile non è per forza anche il più capace», sostenendo però che la presenza e l'entusiasmo dei sostenitori dimostrerebbero il consenso ancora esistente.
Ed è proprio qui che bisogna stare attenti. Perché il consenso non dimostra che una politica sia efficace: dimostra che quella politica è riuscita a ottenere consenso. Sono due cose completamente diverse. Se io ripeto ogni giorno che la stabilità significa forza, che la forza significa successo e che il successo è dimostrato dalle migliaia di persone che vengono a festeggiarmi persino dal Capo di Leuca con le corriere organizzate, posso costruire un circuito comunicativo nel quale la premessa finisce per diventare la dimostrazione della conclusione. È una comunicazione politicamente potentissima perché non ha bisogno di falsificare necessariamente i fatti: le basta selezionarli, ordinarli e presentarli dentro una narrazione nella quale tutto conduce alla stessa conclusione.
E allora la domanda diventa ancora più seria: quanto del consenso politico contemporaneo nasce dalla valutazione autonoma dei risultati e quanto nasce dalla capacità di costruire una realtà percepita attraverso una comunicazione continua, emotiva, identitaria e spettacolare? Non significa considerare stupide le migliaia di persone che sono andate a Bari, né significa negare loro il diritto di sostenere il governo. Significa interrogarsi sul potere della comunicazione politica quando riesce a trasformare un fatto istituzionale — essere rimasti al governo più a lungo degli altri — in una sorta di prova collettiva del buon funzionamento del Paese.
È qui che la politica contemporanea diventa particolarmente sofisticata. Non deve necessariamente convincerti che tutto vada bene; deve riuscire a farti guardare soprattutto ciò che vuole mostrarti. Se l'immagine dominante è quella di una piazza piena, di migliaia di persone entusiaste, di una premier che celebra il proprio record e di un Paese rappresentato come più forte e rispettato, quella rappresentazione può diventare più potente di qualsiasi tabella statistica. La realtà sociale è complessa, mentre lo spettacolo politico è semplice: palco, folla, slogan, leader, applausi. E ciò che è semplice da vedere e da condividere finisce spesso per prevalere su ciò che sarebbe necessario studiare per essere compreso.
Questo è il vero rischio di una comunicazione politica truffaldina: non necessariamente mentire su ogni singolo fatto, ma costruire una narrazione nella quale alcuni fatti vengono ingigantiti, altri relegati sullo sfondo e altri ancora semplicemente non entrano nell'inquadratura. Così la longevità diventa competenza, la stabilità diventa prosperità, il consenso diventa prova del risultato e una manifestazione di partito può assumere quasi l'aspetto di una celebrazione nazionale.
Ma un partito non è il Paese e una piazza piena non è l'Italia. E soprattutto diecimila persone entusiaste a Bari non possono rappresentare, da sole, le condizioni di vita di milioni di italiani. Possono dimostrare che il governo conserva una capacità straordinaria di mobilitazione e consenso. Ed è certamente un dato politico importante. Ma non possono dimostrare che l'Italia stia bene.
È proprio qui che dovrebbe cominciare il lavoro del cittadino: uscire dalla festa, spegnere per un momento il palco e guardare ciò che accade fuori dall'inquadratura. Perché la democrazia non consiste soltanto nella libertà di applaudire un leader. Consiste anche nella capacità di chiedergli conto di ciò che non viene mostrato.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
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