LEUCA : A MIO NONNO GIOVANNI PETESE E L'EPILOGO DELLE PICCOLE NAUTICHE
Oct 27, 2025
LEUCA : A MIO NONNO GIOVANNI PETESE
COLORO CHE SI ILLUDONO DI CONOSCERE UN TERRITORIO SENZA PENETRARNE I RAPPORTI DI POTERE, SENZA ASCOLTARNE LE CONTRADDIZIONI PROFONDE E LE FERITE SOCIALI, NON NE COLGONO L’ANIMA MA SOLO LA SUPERFICIE. IL SUD SALENTO, RIDOTTO A CARTOLINA, A SFONDO ESTETICO PER NARRAZIONI DI COMODO ED EDULCORATE, DIVENTA COSÌ UNA VETRINA CHE COPRE L’ASSENZA DI PENSIERO CRITICO E DI IMPEGNO DI CUI AVREBBE BISOGNO.
In questa rappresentazione edulcorata, la memoria collettiva viene offesa due volte: dalla rimozione della verità e dalla complicità silenziosa di chi, per consenso o convenienza, alimenta una mediocrità strutturale. Una mediocrità che si nutre di scambi, di favori, di piccole trame, di riconoscimenti di facciata.
Eppure, conoscere davvero un territorio significa attraversarne le zone d’ombra, mettere in discussione i privilegi, riconoscere le disuguaglianze e dare voce a chi non ne ha. Tutto il resto è illusione: la comoda illusione di appartenere a un luogo che, in realtà, si continua solo a consumare.
Oggi il figlio di un Carabiniere, uomo di rara onestà intellettuale, ha rievocato le memorie del padre ancora in vita oggi non più. In quella testimonianza, parlando della vicenda del Generale Giovanni Marrocco (Coinvolto nella vicenda Aldo Moro), e pur non essendo l’unico a farlo , egli ricordava di me come di colui che ebbe il coraggio di dire ciò che molti pensavano , ma nessuno osava pronunciare nonostante fosse un uomo rilevante e influente nell’ambito della politica locale, delle relazioni, delle intimidazioni, del consenso nelle famiglie leucane e di trame che con il tempo sono emerse.
Un riconoscimento che porto come motivo di autentico orgoglio, dedicato anche alla memoria di un altro nonno, Giovanni Petese, che non fece più ritorno dalla scellerata guerra d’Albania del 1943 e che ho cercato di onorare pagandone il prezzo.
Questo Generale dei Carabinieri che ridotto la mia famiglia d’origine a una comunità di uomini piccoli, non nel corpo ma nello spirito; persone che hanno smarrito la capacità di guardare oltre il proprio interesse immediato, che hanno confuso la furbizia con l’intelligenza, l’obbedienza con la lealtà, e il silenzio con la dignità.
Una famiglia un tempo capace di generosità e senso civico, da tempo logorata dall’idea che conti solo il tornaconto personale, l’apparire, l’essere benvoluti da chi detiene potere e ricchezza persino nelle aspirazioni relazionali.
Hanno barattato la grandezza dei valori con la piccolezza dei favori, riducendo l’appartenenza e la memoria a una forma di convenienza.
Così, negli anni della mia assenza, hanno saputo cancellarmi dalla storia di Leuca come si cancella un nome scomodo da un registro, come si nasconde una verità che turba le coscienze.
Eppure, quella memoria mi appartiene di diritto, perché è fatta anche del sacrificio, delle scelte e delle rinunce di chi, prima di loro, ha creduto fedelissimo di mio padre Benito Petese che l’onestà e il coraggio contassero più delle raccomandazioni e dei sorrisi di circostanza di cui ebbero abbonfantemente beneficiato.
Una famiglia che, grazie alle influenze di un Generale discusso, molto discusso, originario di Castrignano del Capo (Giuliano), e della sua “corte” leucana, ha saputo sistemare fratelli, cugini, e persino parte di un’intera comunità , una Leuca ristretta, dove il favore e la conoscenza pesano più del merito e della coscienza.
Vi ripropongo oggi un lavoro durato un anno, mai pubblicato, che tuttavia mi costò una querela per diffamazione: una querela poi finita in prescrizione , o forse lasciata morire , perché troppo vicina a verità che pochi avevano il coraggio di affrontare.
Tra le pieghe di questa vicenda, si è consumato l’episodio forse più amaro: quello delle memorie calunniose depositate contro di me. Non da estranei, ma da chi avrebbe dovuto conoscere la verità e difenderla. Mio fratello Renato Petese e mio cugino Antonio Petese, nel tentativo di sostenere il Generale Giovanni Marrocco e la sua querela, scelsero di piegare i fatti, di costruire un racconto che desse forza a un’accusa priva di sostanza per beneficiare maggiormente delle attenzioni dello stesso Generale che garanti a loro veloci carriere.
Quelle dichiarazioni, depositate agli atti, non erano il frutto dell’ignoranza, ma di una volontà precisa: fornire strumenti a chi, forte della propria influenza, cercava di colpirmi non per ciò che avevo fatto, ma per ciò che avevo detto o meglio riportato dagli atti dei processi sulle stragi italiane e su Andreotti che nessuno conosceva.
La querela, come prevedibile, finì in nulla , dissolta nel tempo, forse lasciata morire per non affrontare pubblicamente le verità che toccava. Ma il danno morale rimase: il tradimento di chi, per convenienza o paura, scelse la menzogna come scudo, trasformando la giustizia in un teatro di complicità.
Eppure, la verità non ha bisogno di consenso: resiste nel silenzio, nei documenti, nei ricordi di chi sa distinguere il coraggio dalla codardia
Tra le pieghe della parentela, in quei legami che dovrebbero unire e invece si trasformano in strumenti di potere, si è consumato il disegno più amaro: quello di una rimozione costruita con cura, alimentata da chi ha scelto la convenienza al posto della verità.
Alcuni, accecati dall’ambizione e dal bisogno di riconoscimento, hanno creduto di potersi ergere a custodi di una memoria deformata, fatta di racconti comodi, di favole personali, di illusioni coltivate per coprire la fragilità delle proprie ombre.
E così, in quella piccola trama di connivenze, di silenzi e di falsi maestri, hanno finito per nascondersi dietro un racconto che non regge, una narrazione che vacilla sotto il peso delle proprie menzogne. Cancella to persino dal manifesto funereo di mio Fratello Daniel Petese con il quale ho condiviso la vita in famiglie a Leuca insieme al piccolo Renato Petese prima della mia immigrazione.
Hanno finito per nascondersi dietro un racconto che non regge; più che mai delle loro fantasie o esperienze oniriche, incapaci di confrontarsi alla pari se non con il pregiudizio strumentale di una narrazione che fa acqua da tutte le parti volta a porli sotto una luce che oramai ha esaurito la sua luminosità ed è diventata ombra.
Ma la luce, anche quando si affievolisce, conserva memoria di sé: e ciò che oggi appare ombra, domani in altri luoghi tornerà a farsi chiarezza.
COLORO CHE SI ILLUDONO DI CONOSCERE UN TERRITORIO SENZA PENETRARNE I RAPPORTI DI POTERE, SENZA ASCOLTARNE LE CONTRADDIZIONI PROFONDE E LE FERITE SOCIALI, NON NE COLGONO L’ANIMA MA SOLO LA SUPERFICIE. IL SUD SALENTO, RIDOTTO A CARTOLINA, A SFONDO ESTETICO PER NARRAZIONI DI COMODO ED EDULCORATE, DIVENTA COSÌ UNA VETRINA CHE COPRE L’ASSENZA DI PENSIERO CRITICO E DI IMPEGNO DI CUI AVREBBE BISOGNO.
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