LEUCA : UN FORZATO “FAR FINTA DI NULLA” CHE DIVENTA NORMA
LEUCA : UN FORZATO “FAR FINTA DI NULLA” CHE DIVENTA NORMA
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LEUCA : UN FORZATO “FAR FINTA DI NULLA” CHE DIVENTA NORMA

Jan 19, 2026

Negli ultimi anni la parola “libertà” è diventata onnipresente nel lessico pubblico europeo. Libertà di espressione, di iniziativa, di impresa, di opinione. Viene evocata come un principio acquisito, quasi naturale, al punto che metterla in discussione appare fuori luogo o addirittura sospetto. Eppure, osservando con attenzione ciò che accade nella vita concreta delle persone, emerge una frattura sempre più evidente tra la libertà proclamata e quella effettivamente praticabile.

Non siamo di fronte a un ritorno dei regimi autoritari nel senso classico del termine. Nessun divieto esplicito, nessuna censura frontale, nessun bavaglio ufficiale. Al contrario, il sistema contemporaneo si presenta come garante dei diritti, custode della pluralità e difensore del dissenso. Proprio per questo risulta più difficile riconoscerne le derive. Il controllo non passa più dalla proibizione, ma dalla conseguenza. Non ti si impedisce di parlare, ma ti si fa comprendere che parlare può avere un costo sproporzionato.

Quel costo raramente assume la forma di una sanzione diretta. È piuttosto una somma di frizioni: limitazioni algoritmiche, demonetizzazioni, segnalazioni ripetute, isolamento professionale, perdita di affidabilità reputazionale. A tutto questo si aggiunge un elemento cruciale e spesso sottovalutato: la dipendenza strutturale dal sistema bancario e finanziario. In un contesto in cui avere un conto corrente è di fatto obbligatorio per vivere e lavorare, qualsiasi ostacolo all’accesso o alla continuità bancaria diventa una forma di pressione potentissima, giustificata formalmente con esigenze di controllo, trasparenza o lotta all’evasione.

Il risultato è un clima di cautela diffusa che si traduce in autocensura. Non quella plateale di chi viene messo a tacere, ma quella silenziosa di chi sceglie di non esporsi. Le persone continuano a parlare al bar, in contesti privati, ma evitano la diffusione capillare delle proprie idee. La politica diventa un terreno scivoloso, da cui è meglio tenersi alla larga. L’astensionismo crescente non è solo disinteresse: è spesso il sintomo di una percezione di rischio, della sensazione che esporsi non valga il prezzo da pagare.

La comunicazione di massa amplifica ulteriormente questo meccanismo. Nell’ecosistema mediatico attuale è possibile, con relativa facilità, costruire una narrazione che trasforma una figura pubblica da simbolo positivo a bersaglio negativo. Non serve dimostrare una colpa definitiva: basta insinuare, reiterare, associare. Il caso diventa mediatico prima ancora che giudiziario, e la reputazione viene erosa in modo irreversibile. In questo scenario, la distinzione tra responsabilità individuale e colpa per prossimità tende a sfumare, con effetti devastanti anche sulle famiglie e sui contesti circostanti.

Non sorprende quindi che molte partite IVA, molti professionisti, molti creatori di contenuti vivano una condizione di rabbia silenziosa. Sono consapevoli delle storture, ne subiscono le conseguenze, ma scelgono di rimanere muti per proteggere il proprio lavoro, i propri affetti, la propria stabilità. Altri, quando ne hanno la possibilità, spostano il proprio spazio di espressione verso contesti meno esposti, parlando a pubblici esteri o utilizzando piattaforme percepite come meno permeabili alle dinamiche di pressione europee.

Ciò che emerge non è un sistema che reprime apertamente, ma uno che incentiva la conformità attraverso il rischio. La libertà rimane formalmente intatta, ma diventa onerosa. È una libertà che si può esercitare solo se si è disposti a sopportarne le conseguenze, spesso senza tutele reali. In questo senso, il potere contemporaneo non chiede obbedienza, ma prudenza. Non impone il silenzio, ma lo rende conveniente.

Riconoscere questa trasformazione non significa cedere al vittimismo né negare le conquiste democratiche. Significa, piuttosto, interrogarsi su quale spazio rimanga oggi per un dissenso autentico, capace di incidere senza essere neutralizzato. Significa chiedersi se una società in cui la libertà è garantita solo a chi può permettersela non stia, lentamente, smarrendo il proprio equilibrio. E soprattutto significa riportare il dibattito su un terreno che non sia quello dello scontro emotivo, ma dell’analisi lucida, perché è spesso lì, nel linguaggio misurato e nella riflessione profonda, che sopravvive l’ultima forma di libertà realmente praticabile.

Infime e cocludendo a questo quadro si accompagna un fenomeno più sottile ma altrettanto corrosivo: un progressivo degrado morale delle relazioni sociali. Quando il contesto premia la prudenza opportunistica e penalizza il conflitto aperto,ma anche il chiarimento e l'onestà molte persone finiscono per adattarsi non attraverso il confronto, ma attraverso la convenienza. Interessi egoistici, logiche di appartenenza, dinamiche di influenza e di posizionamento personale prendono il sopravvento sulla autenticità dei rapporti, delle relazioni. Le relazioni si spostano così su un registro inautentico, fatto di silenzi strategici, mezze verità,non detto e taciuto, distanze improvvise e ingiustificate, di un forzato “far finta di nulla” che diventa norma.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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