PER UNA AMMMINISTRAZIONE DEGNA E NON INCAPACE NELLA LETTURA DELLA REALTA’ GIOVANILE.
PER UNA AMMMINISTRAZIONE DEGNA E NON INCAPACE NELLA LETTURA DELLA REALTA’ GIOVANILE.
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PER UNA AMMMINISTRAZIONE DEGNA E NON INCAPACE NELLA LETTURA DELLA REALTA’ GIOVANILE.

Jun 19, 2025

PER UNA AMMINISTRAZIONE DEGNA E NON INCAPACE NELLA LETTURA DELLA REALTA’ GIOVANILE CHE NON POLARIZZI RUOLI DIAMETRALMENTE OPPOSTI COME ASSESSORATO LAVORI PUBBLICI, CULTURA NELLA FIGURA DI PERSONAGGI COME VALERIA FERRARO MA ANCHE MINA DE MARIA MESSI LI IN COMUNE PER I VOTI DEI “PADRI” IN UN CONTESTO DI BIECO E INADATTO CONSERVATORISMO, IMPOVERENDO E INTIMIDENDO IL DIBATTITO LIBERO E DEMOCRATICO.
Ispirato, con l’introduzione delle categorie di “giovane vecchio” e “giovane giovane”, dal talento di Dario Fabbri nei termini geopolitici in un recente dibattito sull Iran possiamo raffinare ulteriormente l’analisi culturale sociologica e psicologica, senza tralasciare gli aspetti importanti e Territori con giovani che non sono la maggioranza mentre la maggioranza sono anziani e territori con giovani che sono la maggioranza mentre la minoranza sono anziani, tassi di natalità differenti che cambiano culturalmente il profilo del pensiero ,atteggiamento, aspettative e comportamento degli stessi giovani che si manifestano in questi due insiemi diametralmente opposti.
Come la composizione demografica (prevalenza di giovani o anziani) e i tassi di natalità influenzino la cultura, il pensiero e i comportamenti delle nuove generazioni. Articolare meglio questo concetto per fornirci una chiave di lettura utile alla politica miope locale delle nostre realtà Sud Salentine ove i giovani vengono additati colpevolizzandoli come disinteressati nascondendo l’aspetto demografico che ne determina i profili psicologigi e il loro approccio al mondo :
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LA GRIGLIA INTERPRETATIVA
In molte società contemporanee si osservano due scenari demograficamente opposti, ma entrambi ricchi di implicazioni culturali:
1. Società a maggioranza anziana e con pochi giovani
In queste società – spesso caratterizzate da bassi tassi di natalità e invecchiamento della popolazione – i giovani rappresentano una minoranza demografica.
Questa condizione tende a plasmare il loro pensiero in modi particolari:
o Possono sentirsi sovra-responsabilizzati, chiamati a sostenere un sistema socioeconomico costruito su modelli che non rispecchiano più le loro esigenze.
o Sono più spesso in dialogo/scontro con valori tradizionali, trasmessi da una maggioranza anziana che domina culturalmente e politicamente.
o La loro visione del futuro può risultare più conservatrice o disillusa, data la percezione di immobilismo e la scarsità di spazi per l’innovazione sociale.
2. Società a maggioranza giovane e con pochi anziani
In contesti con alta natalità e popolazioni prevalentemente giovani (spesso in Paesi in via di sviluppo o con forte crescita demografica), si osserva una dinamica culturale completamente diversa:
o I giovani costituiscono la massa critica e quindi influenzano più direttamente il discorso pubblico, i consumi e le trasformazioni culturali.
o C’è una maggiore propensione al cambiamento, al desiderio di centralità e partecipazione, alla sperimentazione e alla autonoma emancipata affermazione, all’adozione di nuovi paradigmi.
o L’anzianità, in questi casi, può rappresentare una memoria culturale che però rischia di essere marginalizzata o percepita come lontana.
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Giovani vecchi e giovani giovani: la demografia come matrice culturale
Nel dibattito contemporaneo sul ruolo delle nuove generazioni nella trasformazione sociale e culturale, un elemento spesso sottovalutato è la composizione demografica. A seconda che i giovani rappresentino una minoranza o una maggioranza numerica nella società in cui vivono, cambiano profondamente le loro disposizioni interiori, culturali e politiche. Questo ci consente di introdurre due categorie interpretative: il "giovane vecchio" e il "giovane giovane".
IL GIOVANE “VECCHIO”
Il "giovane vecchio" è colui che, pur appartenendo anagraficamente alla gioventù, vive in un contesto in cui:
• la maggioranza della popolazione è anziana,
• i tassi di natalità sono bassi,
• le strutture culturali e istituzionali sono fortemente ancorate a modelli del passato.
Anche a parità di istruzione e tenore di vita, il giovane vecchio tende a:
• avere una bassa predisposizione al rischio e al cambiamento,
• interiorizzare una visione del mondo più conservatrice o adattiva,
• cercare sicurezze e stabilità piuttosto che rotture o rivoluzioni culturali,
• vivere la propria giovinezza come una responsabilità gravosa, non come una fase creativa e liberatoria.
In questo quadro, i giovani diventano spesso custodi inconsapevoli dell’immobilismo, non per mancanza di talento, ma per assenza di massa critica e per un clima culturale che li induce a essere "vecchi prima del tempo".
IL GIOVANE “GIOVANE”
All'opposto, il "giovane giovane" è il prodotto di società:
• con alta natalità e prevalenza demografica giovanile,
• dove la cultura è in rapida trasformazione e l’età adulta non impone ancora modelli rigidi,
• in cui il presente appartiene già ai giovani, numericamente e simbolicamente.
Questi giovani:
• hanno una predisposizione maggiore al cambiamento, al rischio, alla sperimentazione,
• sono più inclini a rivoluzioni culturali e all’innovazione di pensiero,
• trovano nei propri coetanei una comunità vasta, che legittima e amplifica le spinte al rinnovamento,
• vivono la giovinezza come un’opportunità espansiva, non come un’attesa.
A parità di condizioni materiali – istruzione, accesso alle tecnologie, status economico – ciò che distingue profondamente i giovani tra loro è la struttura demografica e culturale del contesto in cui crescono. Non tutti i giovani sono “giovani” allo stesso modo: alcuni portano dentro un cuore vecchio, altri conservano un cuore ribelle.
Capire questa differenza è fondamentale per leggere correttamente i fenomeni generazionali e per evitare l’errore di analizzare la giovinezza come una categoria omogenea.
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MIOPIE DELLA POLITICA LOCALE
Ma allora se le premesse sono queste quale approccio politico nei paesini del sud salento, soluzioni impossibili o percorribili di fronte ai “giovani vecchi” ?
Domanda cruciale, soprattutto per contesti come i paesi del Sud Salento, dove il fenomeno del "giovane vecchio" è particolarmente evidente: pochi giovani, spesso legati a reti familiari strette, con orizzonti d’azione limitati, mentalità cauta, e una forte pressione al conformismo.
In questo contesto, l’approccio politico deve riconoscere i limiti strutturali, ma anche saper seminare futuro.
Si propone nella umile riflessione una mappa sintetica con approcci, ostacoli e soluzioni (alcune difficili, altre realisticamente percorribili):
Contesto di partenza: Sud Salento
• Emigrazione giovanile costante.
• Natalità in calo e invecchiamento della popolazione.
• Giovani spesso radicati nel sistema familiare, con un pensiero più "anziano" che innovatore.
• Forte peso della ancronistica tradizione dato dai cambiamenti demografici, delle consuetudini e della "voce del paese".
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Soluzioni difficili o impossibili (almeno a breve termine)
1. Rivoluzioni culturali dall’alto
o Interventi imposti senza coinvolgimento locale generano rigetto. Il giovane vecchio è resistente all’imposizione e tende ad aderire a ciò che è familiare.
2. Startup e imprenditoria creativa senza ecosistema
o Promuovere innovazione tecnologica senza creare prima una rete reale di supporto è spesso sterile: mancano investitori, clienti, servizi.
3. Turismo come unica salvezza
o Si abusa della narrazione turistica come panacea, ma crea stagionalità, lavoro precario e raramente coinvolge i giovani in modo stabile.
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Soluzioni percorribili e ragionevoli
1. Micro-politiche generative a base comunitaria
• Piccoli progetti concreti (orti urbani, laboratori artigianali, riattivazione di spazi abbandonati) che coinvolgano i giovani nella cura del territorio.
• Questo aiuta il giovane vecchio a diventare "giovane attivo", dentro schemi che sente comunque suoi.
2. Iniziative ibride: tradizione + innovazione soft
• Valorizzare il patrimonio locale non solo come folklore, ma come base per nuovi mestieri (artigianato evoluto, enogastronomia, turismo narrativo, storytelling rurale).
• Il giovane vecchio accetta più facilmente l’innovazione se la percepisce come evoluzione della tradizione, non come rottura.
3. Leadership orizzontale e diffusa
• Non serve il “grande leader giovane”, serve una rete di facilitatori, mediatori generazionali che parlino il linguaggio del luogo e sappiano costruire fiducia e piccoli cambiamenti.
4. Politiche di ritorno, non solo di arresto dell’esodo
• Pensare non solo a trattenere i giovani, ma a creare le condizioni per il rientro: spazi co-working in borghi, agevolazioni per chi torna con competenze, reti di “expat salentini” che possano rientrare periodicamente come mentori.
5. Educazione civica e progettualità nelle scuole
• Avviare nei licei e negli istituti tecnici progetti che leghino i ragazzi al territorio non solo come memoria, ma come spazio di possibilità, stimolando micro-utopie locali.
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Nel Sud Salento, dove spesso i giovani non sono culturalmente portatori di futuro, la politica locale deve smettere di cercare "grandi soluzioni" e imparare a coltivare piccole visioni concrete e continuative. I "giovani vecchi" possono cambiare – non con la retorica, ma con l’esperienza diretta di progettualità condivisa, riconosciuta e rispettata nei loro tempi e nei loro codici.
In molti paesi del Sud Salento la politica locale continua a parlare di futuro, ma nei fatti difende il passato. Lo fa con parole moderate, sorrisi istituzionali, inviti alla calma. Ma sotto la superficie c’è un meccanismo ben più serio: si governa senza volontà di trasformazione, come se mantenere lo status quo fosse l’unica strada possibile. E questo è un atto di irresponsabilità, non di prudenza.
C’è una retorica diffusa secondo cui si fa quel che si può. Che “i giovani non partecipano”, che “la gente è stanca”, che “i fondi sono pochi”. Ma questi argomenti diventano alibi. Dietro di essi si costruisce una gestione ordinaria, tecnicamente corretta ma politicamente cieca. Si tagliano nastri, si sistemano aiuole, si fanno eventi, ma senza una visione di medio-lungo periodo. Nessuno si assume la responsabilità di dire che il modello è finito, che bisogna cambiare rotta, che servono scelte coraggiose.
Si continuano a finanziare le stesse attività, le stesse associazioni, gli stessi gruppi, come se si potesse salvare un paese mantenendo in vita un rituale. Si parla di innovazione ma la si declina in modo simbolico, mai strutturale. Le politiche giovanili, ad esempio, si limitano a iniziative episodiche, senza strumenti, senza delega reale. I giovani vengono coinvolti per fare presenza, non per incidere.
E qui nasce un cortocircuito profondo. Perché molti dei giovani che restano, o che tornano, sono “giovani vecchi”: hanno già imparato i codici locali, sanno cosa si può dire e cosa no, evitano il conflitto, si inseriscono nei meccanismi esistenti senza metterli in discussione. I “giovani giovani”, invece, quelli curiosi, irrequieti, quelli che avrebbero il potenziale per cambiare davvero le cose, semplicemente se ne vanno.
Scappano da contesti dove il merito non viene riconosciuto, dove le idee sono accolte con sospetto, dove la rete di relazioni conta più della capacità. E chi resta, spesso, impara ad adattarsi. A non farsi notare. A non disturbare.
Così, nel nome della comunità, si consolida un sistema chiuso. I pochi che ancora decidono restano gli stessi. E chi amministra finisce per gestire il declino come se fosse normalità. Ma non si può amministrare un paese come se nulla fosse, quando tutto cambia attorno. Il mondo corre, i territori evolvono, le crisi si accumulano. Fare finta di nulla è irresponsabile.
Ciò che manca è una politica che abbia il coraggio di scontentare spiegandone le ragioni, di aprire conflitti dove servono, di spostare risorse e potere verso chi oggi ne è escluso. Una politica che accetti il rischio del fallimento pur di tentare una trasformazione. Che non usi i giovani come comparse ma come protagonisti, anche a costo di sbagliare. Che non parli di identità solo per proteggere abitudini, ma per rimettere in discussione ciò che non funziona più.
La verità è che in molti contesti locali si è già scelto di non scegliere. Si preferisce conservare ciò che resta, anche se è poco, piuttosto che investire in ciò che manca. Ma questa non è neutralità: è una scelta precisa. È una forma di abbandono mascherata da amministrazione.
Chi oggi amministra, chi si candida a farlo, chi si occupa della cosa pubblica, deve avere il coraggio di guardare in faccia questa realtà. E decidere se vuole continuare a governare il vuoto o aprire una possibilità. Anche senza garanzie. Anche senza applausi. Anche sapendo che si potrebbe perdere. Ma perdere tentando qualcosa è infinitamente più dignitoso che vincere lasciando tutto com’è.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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