TRINITARI A GAGLIANO DEL CAPO: LA TESTIMONIANZA
TRINITARI A GAGLIANO DEL CAPO: LA TESTIMONIANZA
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TRINITARI A GAGLIANO DEL CAPO: LA TESTIMONIANZA

Sep 19, 2026

TRINITARI A GAGLIANO DEL CAPO: LA TESTIMONIANZA..

Sette anni trascorsi in quel convento nel segno di una condotta impeccabile, vissuti senza ricevere mai un richiamo né formale, né informale. Un'esistenza da ospite rispettoso della sacralità del luogo, attento a onorare rituali, feste e tradizioni comunitarie senza mai interferire. A rompere questo lungo equilibrio è stato un furto dei propri risparmi subito direttamente all'interno della propria camera nel convento: un'intrusione grave e offensiva, consumata nel totale disprezzo della persona e della sfera privata dai “protagonisti” all'interno del convento che getta non poche ombre.

Ciò che rende la ferita insopportabile è la totale assenza di risposte da parte della Confraternita religiosa. Di fronte a un simile crimine consumato tra quelle mura, nessuno ha cercato il dialogo o offerto un cenno di attenzione. Al contrario, la confraternita ha scelto di trincerarsi in un silenzio pesante, ambiguo e difficile da decifrare, lasciando l'ospite completamente isolato dopo anni di pacifica convivenza. Non si tratta soltanto della perdita materiale dei risparmi, il frutto di anni di sacrifici, ma di una violazione morale enorme: la freddezza e l'indifferenza di chi, vivendo in un luogo sacro, avrebbe dovuto offrire supporto umano e spirituale. Quando la solidarietà viene a mancare proprio dove ci si aspetterebbe accoglienza, il senso di isolamento diventa un macigno. Subire un torto e non trovare ascolto genera una doppia ingiustizia: il danno materiale e il peso della solitudine.

Il cortocircuito diventa totale se si guarda a chi gestisce quella struttura a Gagliano del Capo: l'Ordine della Santissima Trinità (i Padri Trinitari). Fondati alla fine del XII secolo da San Giovanni de Matha con il nobile compito della redenzione degli schiavi e dell'assistenza ai più deboli, sotto il motto "Gloria tibi Trinitas et captivis libertas", oggi amministrano istituti socio-sanitari attraverso denaro pubblico. Ma tra la teoria del carisma e la realtà pratica c'è un abisso. Quando una comunità religiosa si chiude in un muro di silenzio impenetrabile per tutelare il quieto vivere o l'immagine dell'istituto, la maschera cade. Si adotta una logica difensiva e corporativa, comportandosi non come una comunità aperta ma come un recinto chiuso e autoreferenziale, slegato da qualsiasi regola di trasparenza o umanità.

Questa cecità non è casuale, ma si radica in un sistema di interessi territoriali ben preciso. Quando una realtà del genere gestisce risorse concrete, mense, centri riabilitativi, contratti di assicurazione e altro, posti di lavoro, inserimenti o dinieghi in cura, si crea inevitabilmente una rete di dipendenze economiche e di timori incrociati. È questo sistema di convenienze a spiegare perché nessuno parli, perché la gente locale preferisca girarsi dall'altra parte e perché chi comanda all'interno, oltre ad essere invisibile, si senta intoccabile. La facciata religiosa diventa così lo scudo perfetto per blindare un sistema di potere, dove la devozione acritica della comunità circostante protegge l'inganno.

A chiudere definitivamente il cerchio su questa dinamica di potere c'è un episodio emblematico: l'invito a bere un caffè da parte di Padre Giovanni. Non un gesto di cortesia o carità cristiana che non si è mai ripetuto in sette anni, ma una mossa calcolata. Sfruttare la figura del religioso e le sue annose relazioni con certe famiglie locali e il contesto neutro del convento per fare da "mediazione" in un conflitto tra due privati, sbilanciando completamente i giochi a favore della controparte economicamente più forte, il signor G. Protopapa, assicuratore, rivela la vera natura di quel sistema. La mediazione non serve a cercare giustizia o pacificazione, ma a blindare le gerarchie locali. Quando persino un caffè diventa uno strumento di pressione e compromesso, la farsa si svela del tutto: la struttura non agisce per la cura delle persone indiscriminatamente, ma per logiche di controllo, calcolo, convenienza e conservazione del proprio orticello.

Questi fatti dovrebbero imporre profonde occasioni di riflessione su se stessi, soprattutto a chi indossa un abito sacro e gestisce luoghi consacrati all'accoglienza. Di fronte a una condotta impeccabile durata sette anni, ripagata con un furto consumato nelle stanze private e seguita da un muro di gelido silenzio, la confraternita e i suoi rappresentanti dovrebbero interrogarsi radicalmente su cosa ne sia stato del proprio mandato morale e spirituale. Dovrebbero chiedersi come sia possibile predicare la redenzione e la carità mentre si pratica l'omertà più gretta, e quanto senso abbia ergersi a custodi della fede quando si sceglie cinicamente di voltare le spalle a un ospite ferito solo per proteggere il quieto vivere, le convenienze territoriali o i giochi di potere della parrocchia.

Dovrebbe far riflettere spietatamente il baratro che separa la teoria del carisma , sbandierata come uno scudo ideale , dalla realtà meschina di un sistema chiuso che calpesta la dignità umana e usa la mediazione non per fare giustizia, ma per blindare i privilegi dei forti. Quando la maschera cade e resta soltanto il vuoto dell'indifferenza, la vera domanda che dovrebbero farsi è se quella struttura sia ancora un luogo di cura e rifugio, o se sia diventata semplicemente un recinto meramente economico autoreferenziale che ha smarrito ogni briciolo di umanità.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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