GAGLIANO DEL CAPO : PADRI TRINITARI, L'INTERESSANTE VICENDA SI ARRICCHISCE DI INTERROGATIVI
Sep 27, 2026
Dopo il furto dei miei risparmi, avvenuto dopo sette anni di permanenza nel convento, ho cominciato a guardare con occhi ancora diversi una situazione che, in realtà, mi aveva interrogato già da molto tempo. In questi sette anni non ho vissuto semplicemente in una struttura che mi offriva un tetto: ho vissuto invisibile, in un piccolo tugurio ricavato in un'ala del convento, in una zona che, per quanto ho potuto constatare, era raramente percorsa dai Trinitari.
Il convento, peraltro, non è una struttura di clausura, eppure nella mia esperienza il rapporto con le persone della comunità religiosa è stato ridotto a zero. Nessuno, in sette anni, ha realmente voluto conoscermi, fermarsi a parlare con me, chiedermi come stessi, conoscere la mia storia o capire concretamente in quali condizioni vivessi; persino un semplice «buongiorno» o «buonasera» era qualcosa che avveniva raramente.Ho avuto l impressione che vivessero di pregiudizi o del sentito dire. Io ero lì, loro sapevano che ero lì, ma tra me e loro sembrava esserci una distanza quasi invalicabile.
C'è poi un particolare che, a distanza di anni, continua a sembrarmi difficile da comprendere: io non ho una cucina, i miei pasti freddi non sono il massimo. Lo sapevano. La mia sistemazione non disponeva di una cucina nella quale poter preparare i pasti, né di quelle normali condizioni di autonomia che una persona dovrebbe poter avere nella propria abitazione, e questo non era certamente un particolare sconosciuto a chi viveva e operava all'interno di quella realtà. Allo stesso tempo, accanto al convento esiste una realtà del convento stesso dotata di una mensa che ogni giorno prepara numerosi pasti. Eppure, per sette anni, nessuno dei Trinitari ha mai pensato di offrirmi un pasto. Non sto parlando necessariamente di garantirmi quotidianamente il pranzo o la cena; parlo anche soltanto di un gesto umano, occasionale: un pasto a Natale, a Pasqua, una domenica, una festività. Qualcosa che dicesse semplicemente: sei qui da anni, sappiamo che non hai una cucina, vieni a mangiare con noi. Non è mai accaduto.
È proprio questo contrasto ad avermi fatto sorgere una domanda che ancora oggi considero legittima: come è possibile che una persona viva per sette anni all'interno di una struttura priva di cucina, mentre a pochi passi esiste una mensa capace di preparare quotidianamente numerosi pasti, e nessuno senta il bisogno di offrirle neppure occasionalmente un piatto di pasta, un primo.un secondo? A un certo punto intervenne anche l'ex sindaco, che tuttora lavora presso il centro di riabilitazione come dirigente psicologo. Da quanto mi riferì, aveva affrontato la questione con il responsabile della mensa e ciò che mi venne riferito in quella circostanza mi colpì particolarmente: il responsabile della mensa non avrebbe avuto alcun problema a preparare un pasto in più; il problema, invece, dipendeva dalla Confraternita. Secondo quanto mi venne riferito, infatti, all'interno della Confraternita esistevano posizioni differenti e contrapposte proprio sulla questione del pasti per me: c'era chi era favorevole e chi era contrario.
Se questa ricostruzione corrisponde a quanto effettivamente accaduto, non sarebbe stata quindi una questione di disponibilità del cibo, di capacità della cucina o di impossibilità organizzativa: un pasto in più si sarebbe potuto preparare,sappiamo quante derrate vengono “buttate” o date agli animali, mentre la decisione sarebbe dipesa da una scelta interna alla Confraternita. Ed è qui che la vicenda, almeno per me, diventa ancora più difficile da comprendere. Se il responsabile della mensa signor Cazzato, Agape Società Cooperativa Sociale Fornitura di pasti preparati (catering) e altri servizi di ristorazione era disponibile a preparare un pasto in più, chi decideva che quel pasto non dovesse essere destinato anche a me? E per quale ragione? Non voglio trasformare ciò che mi è stato riferito in un fatto definitivamente accertato, ma quella circostanza mi è stata riferita da una persona che tuttora lavora nel centro di riabilitazione e, proprio per questo, ritengo che meriti di essere chiarita.
Nel frattempo, io continuavo a vivere senza cucina, senza una vera vita sociale all'interno della struttura e con un rapporto praticamente inesistente con quelle persone che, almeno nella mia idea di una comunità religiosa, avrebbero dovuto rappresentare anche prossimità, ascolto e attenzione verso chi si trova in difficoltà. E qui mi concedo una battuta amara: a un certo punto, davanti a una situazione che ai miei occhi appariva così assurda, mi è quasi venuto da pensare che in me, passatemi la battuta, stesse albergando la convinzione che fossi una specie di untore della lebbra, qualcuno da tenere a distanza, da non avvicinare troppo, da non coinvolgere neppure davanti a un piatto di pasta. Naturalmente è una provocazione ironica: non sto affermando che qualcuno mi considerasse realmente contagioso, ma cerco di descrivere la sensazione di estraneità e di isolamento che una situazione del genere poteva inevitabilmente produrre in una persona.
E questa sensazione non nasce soltanto dalla questione del cibo, ma da sette anni di silenzio, distanza e quasi totale assenza di relazione. Poi è arrivato il furto dei miei risparmi, e qui c'è un altro aspetto che considero importante e che non voglio confondere con ciò che era avvenuto prima: dopo il furto, quella distanza che avevo percepito per anni non è venuta meno; la mia sensazione è stata, al contrario, quella di un ulteriore isolamento. In un momento nel quale avrei avuto bisogno almeno di un minimo di attenzione, di una parola, di qualcuno che si interessasse a ciò che era accaduto, mi sono ritrovato ancora una volta sostanzialmente solo. Il furto non riguardava una somma astratta: erano i miei risparmi, il denaro che avevo messo da parte e che rappresentava una parte della mia sicurezza personale. Subire una cosa del genere dopo sette anni trascorsi in quella struttura avrebbe potuto essere il momento nel quale qualcuno si sarebbe avvicinato, mi avrebbe chiesto come stessi, che cosa fosse accaduto, se avessi bisogno di aiuto. Invece, almeno per come ho vissuto io quei giorni e il periodo successivo, ho percepito ancora una volta distanza, silenzio e isolamento.
QUSTA IMMAGINE DIVENNE VIRALE E SI COMMENTA DA SOLA, due articoli usciti sualla stessa testata che dimostra ampiamente cosa voglio dire, uno usci per prima, poi corsero a correggerlo con il secondo
I Padri Trinitari di Gagliano intervengono per chiarire i contorni della vicenda di ieri, relativamente alla notizia di un furto messo a segno al loro domicilio mentre, nella vicina chiesa di San Francesco da Paola, si stavano celebrando le esequie di padre Angelo Buccarello (il sacerdote di 82 anni, già parroco di Gagliano e ministro del Santuario di Cori, morto nelle scorse ore dopo essere stato colto da un malore subito dopo un bagno nelle acque di Santa Maria di Leuca). I Padri Trinitari questa mattina chiariscono in via ufficiale di non aver subito alcun ammanco e di non di aver sporto querela a riguardo.A denunciare pubblicamente un furto è invece un uomo ospiite della struttura, secondo il quale qualcuno si sarebbe appropriato di suoi effetti personali, derubandolo.Secondo quanto riferito dai Padri Trinitari, lo stesso non avrebbe ancora sporto denuncia presso le pubbliche autorità.
I PADRI TRINITARI OLTRE A PRENDERE LE DISTANZE IN TERMINI SOSPETTI MENTONO POICHE’ IO INVECE HO SPORTO DENUNCIA,VERO E’ CHE DIMOSTRARONO DI NON SAPERE , IO NON LI HO VISTI NE SUBITO DOPO IL FURTO NE NEI GIORNI SUCCESSIVI : NESSUNO DI LORO MI HA CHIESTO COME E’ ANDATA MENTRE VENIVA PROFANATO IL RITO DELLE ESEQUIE DI PADRE ANGELO MENTRE I LADRI PIU DI UNO GIRAVANO IN CONVENTO CON DISINVOLTURA E NON CREDO CHE NESSUNO LI HA NOTATI.
E non credo che la denucia serva, non credo nemmeno alle doti investigative del Maresciallo Donato Pennetta in procinto di andare in pensione, sappiamo come vanno a finire certe cose quando non abbiamo supporti investigativi adeguatie e modalità operative discutibili. So benissimo cosa dico e non temo confronti.
L'aspetto che più mi ha deluso: non soltanto il fatto di avere subito il furto dei miei risparmi, ma il fatto che, dopo sette anni trascorsi all'interno di un convento, anche davanti a un episodio così grave non abbia percepito quella vicinanza umana che avrei potuto aspettarmi.l’esatto contrario. Non mi aspettavo privilegi, né che qualcuno risolvesse i miei problemi ; mi aspettavo semplicemente, forse ingenuamente, di essere considerato una persona. Ed è proprio la somma di tanti piccoli silenzi protratti nel tempo ad aver prodotto la sensazione di essere stato presente e contemporaneamente invisibile.Credo che chi devve sottoporsi alla confessione siano proprio loro.
Successivamente ho anche appreso dell'esistenza di tensioni e divisioni interne alla realtà dei Trinitari, con posizioni differenti e contrapposte, e mi è stato riferito anche di una più ampia dinamica interna riconducibile a una sorta di lotta di potere. Anche su questo, però, voglio procedere con cautela: una cosa è ciò che mi è stato riferito, altra cosa è ciò che può essere dimostrato attraverso testimonianze, documenti o fatti verificabili. Non voglio attribuire intenzioni alle persone senza averne elementi concreti. Ma proprio per questo ritengo che alcune domande debbano essere poste: perché per sette anni nessuno ha voluto realmente conoscermi? Perché nessuno ha ritenuto di offrirmi neppure occasionalmente un pasto, pur sapendo che vivevo senza cucina? Perché, se il responsabile della mensa era disponibile a preparare un pasto in più, la decisione sarebbe dipesa dalla Confraternita? Chi aveva il potere di prendere quella decisione? Esistevano regole precise? Chi le aveva stabilite? E perché una questione apparentemente così semplice avrebbe provocato divisioni interne?
E ancora: dopo il furto dei miei risparmi, perché non ho percepito maggiore vicinanza, attenzione o solidarietà da parte di chi mi conosceva da anni? Sono domande diverse dalla semplice accusa di cattivo comportamento e, proprio per questo, credo meritino di essere poste, una ombra sospetta sento che c’è in convento.
Ho un'immagine diversa del sacerdote. Non pretendo che un sacerdote debba risolvere tutti i problemi di una persona, né penso che una comunità religiosa debba necessariamente farsi carico di ogni bisogno materiale di chiunque viva nelle sue strutture. Ma credo che un gesto di umanità, soprattutto verso una persona che vive da anni in difficoltà e che non dispone neppure di una cucina, dovrebbe almeno essere concepibile. Ed è forse questo che più di ogni altra cosa mi ha deluso: non soltanto la mancanza di un pasto, ma la distanza tra l'immagine che avevo del sacerdote e della comunità religiosa e ciò che ho incontrato concretamente vivendo per sette anni dentro quelle mura.
Lo immaginavo come una persona capace di vedere anche chi gli altri non vedono, di avvicinarsi a chi è solo, di ascoltare chi ha bisogno di parlare, di non fermarsi alla semplice presenza fisica di una persona, ma di riconoscerne la dignità. Per questo, dopo sette anni, ciò che provo oggi è semplicemente soprattutto delusione, una delusione resa ancora più profonda da ciò che è accaduto dopo il furto dei miei risparmi, quando, invece di sentirmi finalmente visto e considerato, ho percepito nuovamente quella stessa distanza che avevo conosciuto per anni.
Per questo oggi vorrei capire meglio. Vorrei ricostruire, passo dopo passo, che cosa è realmente accaduto in questi sette anni: chi sapeva, chi decideva, chi poteva intervenire e perché, nonostante tutto, sia stato possibile mantenere per così tanto tempo una situazione nella quale una persona viveva senza cucina, quasi senza relazione con la comunità e, secondo quanto mi è stato riferito, persino esclusa da un semplice pasto che la mensa avrebbe potuto preparare senza difficoltà.
Dopo qualche giorno stranamente arriva una diffida di un loro legale di Bari a lasciare il Convento, ma dopo le continue richieste via PEC al Comune responsabile dei 7 anni trascorsi isolato, una soluzione abitativa ragionevole non ebbi alcuna risposta o soluzione. Ora si andra di fronte alla autorità giudiziaria fermo restando che i Trinitati hanno il diritto di riavere il loro tugurio, ma qualcuno qualche responsbilità dovrà prendersela.
Non voglio partire da una conclusione già scritta. Voglio partire dalla mia esperienza, dalle persone che possono raccontare ciò che hanno visto, dalle circostanze che mi sono state riferite e dagli elementi concreti. Perché dopo sette anni non cerco più soltanto una spiegazione al fatto che non mi sia stato dato un pasto: cerco di comprendere come sia stato possibile che, per sette anni, una persona potesse vivere dentro quelle mura senza essere veramente vista.
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