PETRACCA, MELCARNE, ABATERUSSO, MELONI, CONTE, SCHLEIN: VI SEMBRA CHE PARLINO DAVVERO DI QUESTI PROBLEMI E DELLE LORO SOLUZIONI ?
PETRACCA, MELCARNE, ABATERUSSO, MELONI, CONTE, SCHLEIN: VI SEMBRA CHE PARLINO DAVVERO DI QUESTI PROBLEMI E DELLE LORO SOLUZIONI ?
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PETRACCA, MELCARNE, ABATERUSSO, MELONI, CONTE, SCHLEIN: VI SEMBRA CHE PARLINO DAVVERO DI QUESTI PROBLEMI E DELLE LORO SOLUZIONI ?

Sep 10, 2026

PETRACCA, MELCARNE, ABATERUSSO, MELONI, CONTE, SCHLEIN: VI SEMBRA CHE PARLINO DAVVERO DI QUESTI PROBLEMI E DELLE LORO SOLUZIONI ?

Pensioni: perché l'Italia potrebbe spendere meno, anche quando il problema non sarà affatto risolto, Un problema che riguarda tutti.

Finalmente l'Italia inizierà a spendere meno per le pensioni. Detta così, sembrerebbe una buona notizia, soprattutto in un Paese nel quale la spesa previdenziale rappresenta da anni una delle voci più pesanti della finanza pubblica. Ma, al di là dei titoli dei giornali, la questione è molto più complessa. Le proiezioni ufficiali indicano infatti che, dopo una fase di ulteriore crescita, il peso della spesa pensionistica sul PIL (Prodotto interno lordo) dovrebbe diminuire nel lungo periodo. Questo, però, non significa che il problema previdenziale italiano sarà risolto: significa piuttosto che quella diminuzione sarà il risultato di una serie di condizioni precise, alcune legate alla demografia e altre alle decisioni politiche che verranno prese nei prossimi decenni.

Non esiste un unico regime valido per tutti: dipende soprattutto dall'anno in cui si è iniziato a lavorare e dall'anzianità contributiva maturata al 31 dicembre 1995.

In sintesi:

  • Retributivo: per le quote di pensione maturate secondo le vecchie regole.
  • Misto: per chi ha contributi maturati prima del 1996 e altri dal 1996 in poi; la pensione viene quindi calcolata con una parte retributiva e una parte contributiva.
  • Contributivo: per chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996, salvo particolari discipline.

Quindi, nel testo, parleremo di tre situazioni previdenziali: retributivo, misto e contributivo.

Ed è proprio il regime misto a rendere evidente la transizione generazionale: una stessa pensione può essere composta da una quota calcolata con le regole del passato e da una quota costruita invece sulla base dei contributi effettivamente versati. Per questo, quando si confrontano pensionati di generazioni diverse, bisogna evitare di considerarli come se avessero tutti maturato la pensione con le medesime regole.

È un tema che riguarda tutti. Riguarda chi è già in pensione, perché le scelte sulla rivalutazione e sulle regole previdenziali possono modificare nel tempo il valore reale delle prestazioni, ma riguarda soprattutto chi oggi lavora e dovrà costruirsi una pensione in un sistema molto diverso da quello nel quale sono andate in pensione le generazioni precedenti. E proprio qui emerge una delle questioni più scomode, che il dibattito politico tende spesso a lasciare sullo sfondo: non si può chiedere continuamente ai lavoratori di andare più tardi in pensione, versare più contributi e accettare prestazioni future relativamente più basse senza interrogarsi anche sul costo delle scelte previdenziali del passato, compresi i numerosi prepensionamenti che hanno anticipato l’uscita dal lavoro e trasferito una parte del peso finanziario sulle generazioni successive.

Allo stesso modo, una discussione seria sulla sostenibilità non può ignorare i trattamenti pensionistici di importo molto elevato, le cosiddette pensioni d’oro, né le regole particolari maturate nel tempo attorno a determinate categorie e alle cariche pubbliche. Il problema non è alimentare una guerra tra pensionati e lavoratori, né mettere sullo stesso piano situazioni profondamente diverse, ma chiedersi se il sacrificio necessario per mantenere in equilibrio il sistema debba ricadere sempre sugli stessi: su chi oggi lavora, su chi ha carriere discontinue, sui giovani che entreranno tardi nel mercato del lavoro e su chi, dopo avere versato contributi per decenni, rischia di ricevere una pensione molto meno favorevole rispetto alle generazioni precedenti. La sostenibilità finanziaria, se vuole essere anche sostenibilità sociale, deve quindi misurarsi non soltanto con quanto si spende, ma anche con come il peso della spesa viene distribuito tra generazioni, categorie e livelli di reddito.

Tutto parte dall'Ageing Report (Rapporto sull'invecchiamento), il documento con cui la Commissione europea analizza ogni tre anni l'evoluzione della spesa legata all'invecchiamento della popolazione negli Stati membri fino al 2070, utilizzando ipotesi comuni sulla demografia, sull'occupazione e sulla produttività. Ed è proprio osservando questi tre elementi che si comprende quanto sia delicata la posizione italiana.

Partiamo allora dai numeri.

Nel 2022 la spesa pubblica lorda per le pensioni in Italia era pari a circa il 15,6% del PIL, uno dei valori più elevati dell'Unione europea. Secondo le proiezioni dell'Ageing Report, il rapporto dovrebbe continuare a crescere fino a raggiungere circa il 16,5% nel 2045, per poi diminuire progressivamente fino al 13,7% nel 2070.

A prima vista sembrerebbe quasi che il problema sia destinato a risolversi da solo. In realtà accade qualcosa di molto diverso: la diminuzione prevista non deriva dal fatto che l'Italia smetterà di avere un problema demografico, ma dal fatto che altri fattori dovrebbero compensare l'enorme pressione esercitata dall'invecchiamento della popolazione. Le pensioni future saranno infatti relativamente meno generose rispetto agli stipendi, si lavorerà più a lungo, aumenterà il numero degli occupati e, nelle ipotesi europee, torneranno a crescere produttività ed economia.

La questione, quindi, non è soltanto sapere se nel 2070 spenderemo una percentuale inferiore del PIL per le pensioni. Bisogna capire come riusciremo ad arrivarci e, soprattutto, chi sosterrà il costo di questa trasformazione.

Il bilancio dell'INPS e il ruolo dello Stato

Per comprendere il problema bisogna innanzitutto distinguere il bilancio dell'INPS (Istituto nazionale della previdenza sociale) dall'equilibrio complessivo della finanza pubblica.

Il sistema pensionistico italiano è prevalentemente a ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori finanziano in larga misura le pensioni di chi è già uscito dal mercato del lavoro. Non esiste quindi, per la generalità dei lavoratori, un conto personale nel quale venga semplicemente accumulato il denaro che un giorno sarà restituito sotto forma di pensione. L'equilibrio dipende dal rapporto tra chi lavora e versa contributi e chi riceve prestazioni, ma anche dal livello delle retribuzioni, dall'occupazione e dalla crescita economica.

Quando i contributi non sono sufficienti a sostenere l'intero sistema, interviene anche la fiscalità generale. Per questo il risultato contabile dell'INPS non può essere interpretato come se rappresentasse da solo l'intero problema pensionistico italiano. Nei conti dell'Istituto entrano infatti trasferimenti dello Stato e altre componenti che devono essere lette nel quadro complessivo della finanza pubblica.

C'è poi la questione dei crediti contributivi, cioè dei contributi dovuti ma non ancora incassati. Registrare un credito è normale; il problema nasce quando una parte consistente di quei crediti diventa difficilmente recuperabile. L'INPS ha infatti accantonato negli anni fondi di svalutazione molto elevati, proprio perché non tutti i crediti iscritti in bilancio potranno essere effettivamente riscossi.

Il punto, quindi, non è sostenere semplicisticamente che l'INPS abbia un enorme "buco". Il problema è più strutturale: una parte dell'equilibrio previdenziale dipende dall'intervento dello Stato e quindi, direttamente o indirettamente, dalla fiscalità generale. E ogni volta che la fiscalità generale deve intervenire per sostenere una spesa strutturale, quella spesa entra inevitabilmente nella competizione con tutte le altre necessità dello Stato.

L'Italia spende molto per le pensioni, ma perché?

L'invecchiamento della popolazione è certamente una delle ragioni principali, ma non è l'unica. L'Italia ha costruito nel corso dei decenni un sistema pensionistico nel quale si sono stratificate regole differenti, pensionamenti anticipati, trattamenti maturati con criteri molto più favorevoli rispetto a quelli oggi applicati e una lunga fase nella quale le pensioni erano legate soprattutto alle retribuzioni degli ultimi anni della carriera.

Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha modificato profondamente questa logica. Nel sistema retributivo la pensione dipendeva in misura significativa dalle retribuzioni considerate ai fini del calcolo, mentre nel sistema contributivo il riferimento fondamentale è rappresentato dai contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa. La transizione, tuttavia, richiede tempi molto lunghi, perché le pensioni maturate secondo le vecchie regole continuano a essere pagate.

Non bisogna poi dimenticare che nel corso degli anni sono state introdotte diverse forme di uscita anticipata dal lavoro, da Quota 100 a Quota 102 e Quota 103, oltre a Opzione Donna e ad altri strumenti con requisiti differenti. Il loro effetto non è necessariamente identico e non può essere liquidato con una formula unica, ma il principio generale è evidente: anticipare l'uscita significa normalmente avere meno anni di contribuzione e più anni di pensione da finanziare.

Non tutti lavorano e non tutti vanno in pensione alle stesse condizioni

C'è però un aspetto che nel dibattito pubblico viene affrontato troppo poco: la sostenibilità del sistema non può essere valutata immaginando che esista un unico lavoratore italiano sottoposto alle medesime regole.

Esistono differenze tra settori, professioni e categorie. Alcune attività sono soggette a regimi previdenziali specifici e a possibilità di uscita differenti. Il discorso riguarda anche il pubblico impiego, le forze dell'ordine e le Forze armate, compresi i carabinieri, per i quali la particolare natura del servizio comporta discipline pensionistiche specifiche.

Questo non significa che ogni dipendente pubblico o ogni appartenente alle forze dell'ordine vada automaticamente in pensione prima degli altri. Significa che, quando si discute di sostenibilità, bisogna considerare l'intero sistema delle regole, comprese quelle che consentono a determinate categorie forme di pensionamento differenti rispetto alla generalità dei lavoratori.

Lo stesso ragionamento deve essere applicato ai trattamenti pensionistici particolarmente elevati e alle situazioni previdenziali maturate in epoche nelle quali le regole erano molto più favorevoli. Se a un lavoratore comune viene chiesto di rimanere più a lungo sul mercato del lavoro per contribuire alla sostenibilità del sistema, è legittimo chiedersi se il sacrificio debba essere distribuito allo stesso modo tra chi dispone di una pensione modesta e chi percepisce un trattamento molto elevato, magari accompagnato da altri redditi o patrimoni.

E questo ragionamento deve comprendere anche i trattamenti particolari legati alla politica e alle alte cariche pubbliche. Non perché chi ha lavorato in Parlamento o ricoperto incarichi istituzionali debba essere automaticamente considerato un privilegiato, ma perché un sistema che chiede sacrifici ai cittadini deve poter dimostrare di applicare criteri di equità anche alle categorie che hanno avuto, nel tempo, regole previdenziali specifiche.

La sostenibilità, insomma, non può essere costruita facendo finta che tutti partano dalla stessa posizione.

Il vero problema italiano: pochi lavoratori

C'è poi una questione ancora più importante. In Italia lavorano relativamente poche persone rispetto alla popolazione in età lavorativa.

Il tasso di occupazione nella fascia tra i 20 e i 64 anni rimane sensibilmente inferiore alla media europea. Questo è un problema pensionistico prima ancora che economico, perché in un sistema a ripartizione un numero maggiore di lavoratori significa più contributi e, contemporaneamente, maggiore produzione di ricchezza.

Aumentare l'occupazione femminile, favorire l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, ridurre l'inattività, contrastare il lavoro nero e aumentare il numero di occupati regolari non sono quindi soltanto politiche per l'occupazione: sono politiche previdenziali.

Più persone lavorano, più persone versano contributi. E se lavorano in attività produttive e meglio remunerate, cresce anche il PIL sul quale viene misurato il peso della spesa pensionistica.

L'invecchiamento pesa, e pesa moltissimo

Il fattore demografico resta comunque il problema più difficile da aggirare.

L'Italia invecchia, nascono pochi bambini e la popolazione in età lavorativa tende a diminuire mentre aumenta quella anziana. Preso da solo, questo fenomeno eserciterebbe una pressione enorme sulla spesa pensionistica.

Secondo le proiezioni dell'Ageing Report, l'invecchiamento della popolazione produrrebbe infatti un aumento molto consistente della spesa rispetto al PIL. Se quel fattore fosse l'unico in gioco, il quadro sarebbe decisamente più difficile.

La riduzione prevista per il 2070 nasce proprio dal fatto che altri elementi dovrebbero compensare questa pressione demografica.

E qui arriviamo al punto centrale.

La pensione del futuro sarà relativamente più bassa

Uno dei principali fattori di contenimento della spesa sarà la progressiva riduzione del rapporto tra pensione e reddito da lavoro.

Il sistema contributivo entrerà infatti sempre più a regime e le nuove pensioni saranno determinate in misura crescente sulla base dei contributi effettivamente versati nel corso della carriera. Questo significa che le pensioni future saranno maggiormente legate alla storia lavorativa individuale.

Per le generazioni più giovani la conseguenza è importante: la pensione pubblica potrebbe rappresentare una quota sensibilmente inferiore dell'ultimo reddito da lavoro rispetto a quella percepita da molte generazioni precedenti.

Non è necessariamente un difetto del metodo contributivo. Anzi, il principio secondo cui la prestazione deve essere collegata ai contributi versati rende il sistema più coerente. Il problema nasce quando quel sistema deve funzionare in presenza di carriere discontinue, salari bassi, periodi di disoccupazione e un mercato del lavoro nel quale molti giovani iniziano tardi a costruire una posizione contributiva.

Un lavoratore che per decenni versa contributi su uno stipendio modesto non può aspettarsi una pensione elevata semplicemente perché arriva alla fine della carriera. Il sistema contributivo non può creare ricchezza che non è mai stata prodotta.

Il paradosso degli stipendi italiani

Ed è qui che il problema pensionistico incontra quello salariale.

In Italia si parla da anni di salari stagnanti. Il problema non è soltanto che le retribuzioni nominali crescano lentamente, ma che la loro crescita reale, cioè depurata dall'inflazione, sia stata particolarmente debole rispetto ad altri Paesi.

Questo produce una conseguenza che spesso viene ignorata: pensioni future più basse non sono necessariamente il segno di un sistema più efficiente; possono anche essere il risultato di una vita lavorativa caratterizzata da salari troppo bassi.

Se il sistema contributivo calcola la pensione sulla base dei contributi versati e i contributi dipendono dai salari, la debolezza salariale diventa inevitabilmente debolezza previdenziale.

Ecco perché non si può affrontare il problema delle pensioni separandolo da quello della crescita economica e della qualità del lavoro.

Lavorare più a lungo

Un altro fattore destinato a contenere la spesa è l'aumento dell'età di uscita dal lavoro.

Le proiezioni europee ipotizzano che l'allungamento della vita si traduca anche in una permanenza più lunga nel mercato del lavoro, con un'età pensionabile che potrebbe arrivare nel 2070 a circa 70 anni e 10 mesi.

Dal punto di vista contabile il meccanismo è semplice: più anni di lavoro significano più contributi versati e meno anni durante i quali lo Stato deve pagare la pensione.

Ma qui emerge una questione sociale che non può essere risolta con una formula matematica. Non tutti i lavori sono uguali. Arrivare a settant'anni continuando un'attività prevalentemente sedentaria e arrivare alla stessa età dopo decenni di lavoro fisicamente pesante non rappresentano la stessa cosa.

Per questo un sistema sostenibile deve anche distinguere tra chi può realisticamente prolungare la propria attività lavorativa e chi invece affronta un deterioramento fisico molto più rapido.

L'età pensionabile può essere uno strumento di equilibrio finanziario, ma non può diventare una misura cieca applicata indistintamente a qualsiasi professione.

Più occupazione significa più contributi, ma anche più PIL

Il modello europeo prevede inoltre un aumento significativo dell'occupazione.

È un'ipotesi ambiziosa per un Paese che ha storicamente mantenuto un tasso di occupazione inferiore a quello della maggior parte delle economie europee. Ma è anche la strada più sana per affrontare il problema.

Aumentare il numero degli occupati significa infatti intervenire contemporaneamente sui due lati dell'equazione: aumentano i contributi e aumenta il PIL.

Ed è proprio questo secondo elemento a essere fondamentale, perché la spesa pensionistica viene espressa come percentuale del PIL. Se l'economia cresce, il rapporto può diminuire anche quando la spesa pensionistica in valore assoluto continua ad aumentare.

In altre parole, non è necessario spendere molto meno per far diminuire il peso delle pensioni: è sufficiente, almeno in parte, riuscire a produrre molto di più.

Le scommesse sulle quali poggia il sistema

A questo punto si comprende meglio il significato delle proiezioni del 2070.

La diminuzione della spesa pensionistica non è il risultato di una singola riforma, ma della contemporanea realizzazione di diverse condizioni: una maggiore partecipazione al lavoro, un'età di pensionamento più elevata, pensioni future relativamente meno generose, una ripresa della produttività e una crescita economica più sostenuta.

A queste condizioni si aggiunge l'immigrazione. Le proiezioni considerano infatti flussi migratori netti positivi e consistenti nel lungo periodo. Una maggiore presenza di persone in età lavorativa può contribuire a sostenere il rapporto tra occupati e pensionati e quindi a ridurre la pressione demografica.

Ma non bisogna trasformare l'immigrazione in una soluzione miracolosa. Chi arriva oggi e lavora regolarmente in Italia contribuisce al sistema, ma un giorno maturerà anch'egli il diritto a una pensione. L'immigrazione può quindi modificare gli equilibri demografici, non cancellare il problema.

E qui entra la politica

Le proiezioni non sono profezie. Sono scenari costruiti sulla base di determinate ipotesi.

Se l'età pensionabile aumenta, il sistema risparmia.

Se le persone continuano a lavorare più a lungo, aumentano i contributi.

Se aumenta l'occupazione, crescono i versamenti e il PIL.

Se cresce la produttività, aumenta la ricchezza prodotta.

Se invece si decide politicamente di anticipare le pensioni o di rendere più generose le prestazioni, la spesa aumenta.

È una questione elementare, ma spesso dimenticata nel dibattito politico: ogni maggiore beneficio previdenziale deve essere finanziato da qualcuno. E se non viene finanziato dai contributi, deve essere finanziato dalla fiscalità generale o da un maggiore debito, cioè da risorse che prima o poi ricadono sulla collettività.

Per questo le previsioni di lungo periodo devono essere lette anche come una descrizione delle conseguenze delle future decisioni politiche.

Che cosa dovrebbe fare l'Italia?

Non esiste una singola misura capace di risolvere il problema. Alzare semplicemente l'età pensionabile sarebbe insufficiente e socialmente discutibile; ridurre indiscriminatamente le pensioni sarebbe altrettanto sbagliato.

La prima priorità dovrebbe essere aumentare l'occupazione. Un Paese nel quale lavorano più persone dispone di una base contributiva più ampia e produce più ricchezza.

La seconda dovrebbe essere aumentare la produttività. Se ogni ora lavorata produce più valore, aumentano i salari potenziali, i contributi e il PIL.

La terza dovrebbe essere rendere più coerente il rapporto tra contributi versati e prestazioni ricevute, evitando che nuove eccezioni finiscano continuamente per ricreare gli squilibri che il sistema contributivo dovrebbe progressivamente superare.

La quarta dovrebbe essere affrontare con maggiore trasparenza le differenze tra categorie, comprese quelle che dispongono di regimi di uscita differenti. La sostenibilità non può essere chiesta sempre allo stesso lavoratore mentre altre categorie vengono considerate intoccabili.

La quinta riguarda i trattamenti pensionistici particolarmente elevati. Qui occorre distinguere tra pensioni alte perché sostenute da una lunga storia contributiva e trattamenti elevati derivanti da regole del passato particolarmente favorevoli. La questione non è colpire indiscriminatamente chi ha versato molto, ma verificare se esistano ancora squilibri incompatibili con il principio contributivo.

Lo stesso principio di equità dovrebbe valere per i trattamenti legati alla politica e alle alte cariche pubbliche. Una riforma previdenziale acquista credibilità quando chi la propone è disposto ad applicarne i criteri di equità anche alle categorie che hanno maggiore capacità di influenzare le regole.

Proteggere le pensioni basse senza aumentare automaticamente quelle più alte

Anche la rivalutazione merita una riflessione.

Proteggere dal caro vita chi vive esclusivamente di una pensione modesta è una necessità sociale. Ma rivalutare nello stesso modo pensioni molto elevate e pensioni minime significa utilizzare risorse pubbliche secondo un criterio che non tiene conto della diversa situazione economica dei beneficiari.

Si potrebbe quindi rafforzare la protezione delle pensioni più basse e ridurre progressivamente la rivalutazione delle prestazioni più elevate, soprattutto quando il pensionato dispone anche di altri redditi e patrimoni.

Non sarebbe una misura contro i pensionati. Sarebbe un modo per concentrare le risorse disponibili su chi ne ha maggiore bisogno.

Il vero problema è il PIL

Alla fine, però, torniamo sempre allo stesso punto: la capacità dell'Italia di produrre ricchezza.

Una popolazione che invecchia non può essere semplicemente resa giovane attraverso una legge. I pensionati continueranno ad aumentare e la popolazione in età lavorativa continuerà a essere sottoposta a pressione.

Possiamo però aumentare il numero degli occupati, migliorare la produttività, aumentare i salari e far crescere il PIL.

È questa la vera variabile strategica.

Un Paese più produttivo può sostenere più facilmente una popolazione anziana. Un Paese che produce poco deve invece distribuire risorse limitate tra pensioni, sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture, investimenti e riduzione delle tasse.

Continuare semplicemente a compensare attraverso la fiscalità generale gli squilibri previdenziali non può essere considerato una strategia di lungo periodo. Significa destinare una parte crescente delle risorse pubbliche a una spesa strutturale, riducendo lo spazio disponibile per altri interventi.

Ecco perché il problema delle pensioni non è soltanto un problema dell'INPS.

È un problema dell'intera economia italiana.

Spendere meno non significa necessariamente spendere meglio

Ed eccoci al punto dal quale eravamo partiti.

Nel 2070 l'Italia potrebbe effettivamente spendere una quota del PIL inferiore a quella attuale per le pensioni. Ma questo dato, da solo, non ci dice se saremo diventati più ricchi, più equi o più sostenibili.

Potremmo arrivarci perché avremo finalmente aumentato l'occupazione e la produttività. Sarebbe lo scenario migliore.

Potremmo arrivarci anche perché le persone lavoreranno più a lungo e le pensioni future saranno relativamente più basse. Sarebbe una sostenibilità ottenuta almeno in parte attraverso un trasferimento di peso sulle generazioni future.

Oppure potremmo riuscire a combinare le due cose: un'economia più produttiva e un sistema pensionistico più rigoroso, equo e coerente con i contributi realmente versati.

È questa la strada che dovrebbe interessare maggiormente.

Dire che secondo le proiezioni europee la spesa pensionistica italiana potrebbe scendere, nel lungo periodo, dal 15,6% al 13,7% del PIL (Prodotto interno lordo) è relativamente semplice. Ma il punto non è aspettare il 2070 per scoprire se i numeri avranno avuto ragione. Il problema è capire già oggi attraverso quali sacrifici, quali riforme e quali trasferimenti tra generazioni si dovrebbe arrivare a quel risultato. Perché dietro una percentuale apparentemente rassicurante si nasconde una questione molto concreta: chi è già in pensione, chi sta lavorando e chi entrerà nel mercato del lavoro nei prossimi anni non si trova davanti allo stesso sistema previdenziale e non affronterà lo stesso rapporto tra contributi versati e pensione ricevuta.

Il problema, quindi, non è semplicemente quanto spenderemo per le pensioni, ma come abbiamo costruito il sistema che abbiamo oggi e come intendiamo correggerlo da qui in avanti. Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, il regime misto che caratterizza milioni di pensioni, le diverse regole applicate alle generazioni che hanno iniziato a lavorare in epoche differenti, i numerosi prepensionamenti concessi nel passato e l'esistenza di trattamenti pensionistici particolarmente elevati sono tutti elementi che devono entrare nella discussione. Non si può chiedere ai lavoratori di oggi di accettare un'età pensionabile sempre più alta e pensioni future strettamente legate ai contributi effettivamente versati senza confrontarsi anche con il modo in cui i diritti previdenziali sono stati distribuiti nel passato.

Ed è questo il punto che la politica tende a evitare. Quando si parla di pensioni, il dibattito si concentra quasi sempre sull'ultima misura da prorogare, sull'età alla quale andare in pensione, sulle quote, sugli incentivi e sulle rivalutazioni. Molto meno frequentemente si affronta la questione nella sua interezza: quanto costa il sistema, quanto contribuiscono realmente i lavoratori, quali categorie hanno beneficiato delle regole più favorevoli, quali pensioni sono state costruite in parte con criteri oggi non più applicabili e quale sarà il trattamento riservato a chi oggi ha trent'anni, quaranta o cinquant'anni.

La vera domanda, dunque, non riguarda il 2070. Riguarda il presente. Riguarda se l'Italia sia ancora capace di creare lavoro stabile, aumentare i salari, far crescere la produttività e allargare la base dei contribuenti, invece di cercare ogni volta l'equilibrio intervenendo soltanto sull'età pensionabile o sulle prestazioni future. Perché un sistema pensionistico può essere finanziariamente sostenibile anche semplicemente facendo pagare una quota crescente dell'aggiustamento a chi verrà dopo. Ma questo non significa necessariamente che sia socialmente sostenibile.

E allora il problema non è soltanto spendere meno, ma decidere come distribuire il costo della transizione. Se la spesa pensionistica dovrà essere ridimensionata rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese, bisogna chiedersi se ciò avverrà perché l'Italia sarà diventata più ricca e produttiva oppure perché i pensionati di domani riceveranno, in rapporto ai salari, prestazioni meno generose. Sono due scenari completamente diversi. Nel primo caso avremmo risolto almeno in parte il problema attraverso la crescita; nel secondo avremmo semplicemente trasferito il problema sulle generazioni future.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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