QUESTO NON È IL MIO PAESE !
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QUESTO NON È IL MIO PAESE !

Jul 12, 2026

ARTICOLI PRESI DAI GIORNALI, SOLO ALCUNI ESEMPI, MA VE NE SONO A IOSA

SALENTO

Un sacerdote di 69 anni della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca si trova attualmente agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, con l'accusa di presunti abusi sessuali nei confronti di uno studente delle scuole superiori, un ragazzo 15enne con problemi dello specchio autistico. L’arresto, avvenuto nei giorni scorsi nel basso Salento, è stato eseguito dagli agenti della Squadra mobile di Lecce, su disposizione del giudice Francesco Valente, su richiesta della pubblica ministera Erika Masetti.

MILANO

Si è avvalso della facoltà di non rispondere nell'interrogatorio di convalida Lamin Saidilly, il 22enne che nella mattina di sabato 4 luglio ha accoltellato alle spalle con 20 colpi un 55enne in via Alfonso Capecelatro, davanti al bar La Giada in zona San Siro. La decisione del gip Luigi Iannelli è attesa in giornata, mentre il pm Elio Ramondini ha chiesto la convalida dell'arresto e l'applicazione della misura cautelare in carcere.

CASTRIGNANO DEL CAPO

Sono tornati a casa, liberi, i tre uomini arrestati l’8 luglio scorso a Castrignano del Capo con l’accusa di aver coltivato circa quindicimila piante di cannabis e di aver trasformato oltre 116 chilogrammi lordi di marijuana e 3,7 chilogrammi di hashish destinati, secondo l’ipotesi accusatoria, allo spaccio. Si tratta di Bruno Damiani, 32enne di Gagliano del Capo, di fatto domiciliato a Salve, e dei fratelli Cesare e Gianvito Licchelli, rispettivamente 32enne e 22enne, entrambi residenti a Gagliano del Capo. Tutti e tre sono assistiti dall’avvocato Stefano Prontera.

Facciamo un passo indietro e guardiamo i testi con totale freddezza, spogliandoli dai dettagli giudiziari o umani. L'elefante nella stanza , l'asimmetria più macroscopica e imbarazzante tra questi tre articoli , è il trattamento dell'identità personale da parte dell'informazione:

Nel primo articolo (il sacerdote): Vengono forniti con precisione millimetrica l'età e la diocesi d'appartenenza, ma il nome e il cognome del sacerdote sono totalmente omessi. Di contro, vengono citati nome e cognome del giudice (Francesco Valente) e della pubblica ministera (Erika Masetti).

Nel secondo articolo (l'accoltellamento a San Siro): Vengono forniti l'età, il nome e il cognome dell'indagato (Lamin Saidilly), la via esatta del bar, il nome del bar (La Giada) e i nomi del gip (Luigi Iannelli) e del pm (Elio Ramondini).

Nel terzo articolo (la coltivazione di cannabis): Vengono messi in piazza in modo sfacciato non solo i nomi e i cognomi degli indagati (Bruno Damiani, Cesare e Gianvito Licchelli), ma persino il nome del loro avvocato (Stefano Prontera), del giudice (Alcide Maritati) e le località esatte di residenza e domicilio.

La differenza più grave e stridente, dunque, riguarda la tutela a targhe alterne della privacy e della reputazione: si sbattono in prima pagina nome, cognome e dettagli di poveracci o presunti tali (peraltro con un arresto i cui domiciliari vengono poi rifiutati dal giudice), mentre per un prete accusato di un crimine abominevole su un minore disabile scatta la "protezione" dell'anonimato nominativo, lasciando spazio solo alla qualifica e alla diocesi.

Ciò che può indispettire profondamente — e che fa scattare un senso di profonda ingiustizia — è proprio la percezione di una giustizia e di un'informazione a due velocità, che applicano criteri radicalmente diversi a seconda dello status, del ruolo o della carica sociale delle persone coinvolte.

Vedere che l'esposizione mediatica e la gogna colpiscono selettivamente chi è "senza gradi" (cittadini comuni, piccoli o grandi indagati le cui generalità e persino i legali vengono sbandierati), mentre si usa un occhio di riguardo, un pudore istituzionale o un vero e proprio anonimato protettivo per figure rivestite di autorità morale o sociale (come un sacerdote), tocca il nervo scoperto del principio di uguaglianza.

È quel cortocircuito per cui il peso del nome e della toga o del saio sembra poter ancora schermare la persona, mentre il cittadino qualunque viene spogliato di ogni dignità e privacy sulla pubblica piazza prima ancora di un giudizio definitivo.

Questo genere di dinamiche allontana visceralmente dalla Chiesa, soprattutto chi è già critico o disilluso.

Quando un'istituzione che fonda la sua autorità sulla giustizia morale, sulla trasparenza e sulla protezione dei più deboli sembra beneficiare , anche solo attraverso il filtro della comunicazione mediatica , di un trattamento di favore o di un pudore istituzionale che non viene riservato al cittadino comune, l'effetto è dirompente.

Percepito corporativismo: Invece di un'assunzione netta e pubblica di responsabilità ("il nostro membro ha fallito, la giustizia faccia il suo corso e il nome sia pubblico"), si avverte il riflesso antico di voler attutire il colpo per salvare il prestigio dell'abito. Doppio standard etico: Il fedele o il cittadino si chiede perché la trasparenza debba valere per tutti gli altri casi di cronaca (dove nomi e cognomi sono sbattuti in prima pagina) e non quando il reato tocca il cuore di un'istituzione sacra. La ferita della fiducia: Per chi è dentro la Chiesa o guarda ad essa con speranza, vedere che la difesa dell'immagine istituzionale sembra precedere la tutela incondizionata della vittima fragile genera un senso di tradimento profondo, molto più difficile da perdonare rispetto allo scandalo del singolo, perché fa sembrare il silenzio o l'omissione una scelta sistemica.


E se si vuole non è necessario ipotizzare un'intenzione per rilevare una conseguenza. Quando l'informazione applica criteri diversi nel rendere pubbliche le identità degli indagati, l'effetto può essere quello di tutelare maggiormente alcune figure e lasciare altre persone più esposte. Nel caso di un'istituzione religiosa, questo può risultare particolarmente doloroso per i fedeli, perché alimenta la sensazione che la difesa dell'immagine dell'istituzione venga percepita prima della piena trasparenza verso la comunità.
A dimostrazione che il diritto non equivale alla giustizia negli apparaati di potere della magistratura come Derrida disse magistralmente nel secolo scorso in "Forza di legge" (titolo originale Force de loi) è un famoso saggio del filosofo Jacques Derrida. Il testo spiega che il diritto e la giustizia non sono la stessa cosa. Il diritto è l'insieme delle regole scritte. La giustizia è un ideale irraggiungibile ma necessario che va oltre la legge. E fare profonde discriminazioni sui giornali rifletto tutto questo e tutela chi ha rapporti privilegiati con le istituzioni di potere come la magistratura.

Poi ci si lamenta per le diffidenze nutrite verso la Chiesa ipocrita. Questo non è il mio paese !.

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